Storia & Ambiente

Storia

  • L’ingegnoso intervento idraulico (271 a.C.) del console romano Curio Dentato, che portò alla creazione della Cascata, ebbe non solo il merito di raccogliere le acque del Velino che ristagnavano nella Sabina (pianura reatina), ma anche quello di mettere in comunicazione due bacini idrografici (Nera -Velino) facendo diventare i due fiumi uno affluente dell’altro. Il così detto “Cavo Curiano” se da un lato facilitò le condizioni di vita dei Sabini, dall’altro creò considerevoli disagi agli abitanti della bassa Valnerina e della pianura di Interamna (Terni) in quanto, nei periodi di piena dei due fiumi, il territorio sottostante era soggetto a frequenti allagamenti. In merito al funzionamento del Cavo famosa è la disputa legale (54 a.C.), di cui non si conosce l’esito finale, tra Marco Tullio Cicerone, difensore dei Sabini (sostenitori dell’ampliamento del canale) e Aulo Pompeo, difensore degli Interamnati (contrari ad interventi migliorativi). Sempre a conferma del rischio inondazioni, lo storico Caio Cornelio Tacito riferisce di una grandiosa inondazione della Valnerina e di Interamna fino a Roma, (il Nera è uno dei maggiori affluenti del Tevere) avvenuta intorno al 15 d.C., sotto l’imperatore Tiberio. Con la caduta dell’Impero Romano, le invasioni barbariche e il successivo sviluppo del sistema feudale, i territori pianeggianti e in aperta campagna vennero gradualmente abbandonati. L’assenza di qualsiasi forma di manutenzione del Cavo Curiano ne causò l’innalzamento del fondo con conseguente re-impaludamento della pianura reatina. Occorrerà attendere l’inizio del XV sec. perché si realizzi una nuova opera di bonifica. Nel 1418, dopo aspre contese con i ternani che si opponevano all’intervento per paura di nuove inondazioni, Braccio Fortebraccio da Montone, allora signore di gran parte del territorio della Chiesa tra cui Terni e Narni, affidò i lavori all’ingegnere Aristotile Fioravanti che li concluse nel 1422 realizzando un nuovo canale detto “reatino”.Nel secolo successivo (1547), su commissione di papa Paolo III, venne portato a compimento un terzo canale dall’architetto fiorentino Antonio da Sangallo. L’intervento, a distanza di soli quarant'anni dalla sua realizzazione, risultò inefficiente e già nel 1596 papa Clemente III decise di incaricare una commissione di architetti e idraulici per effettuare una ricognizione generale del territorio. Nel 1601 l’architetto Giovanni Fontana inaugurava l’ultimo e definitivo “canale clementino”, scavato sulla traccia dell’antico Cavo Curiano, caratterizzato da una forte pendenza negli ultimi 400 metri e dalla presenza di un ponte regolatore che doveva controllare le acque del Velino nei periodi di piena.Nel 1787 l’architetto Andrea Vici realizzò un taglio diagonale sul secondo salto, deviando parte delle acque e formando una cateratta laterale al fine di aumentare la superficie di cadutadell’acqua e diminuirne la forza d’impatto sul fondovalle del Nera. Fu questo l’ultimo intervento che diede alla Cascata l’aspetto attuale, portandola alla ribalta come uno degli scenari più belli d’Italia.
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Archeologia

  • Gli scavi archeologici e i ritrovamenti fortuiti avvenuti nei secoli scorsi a Marmore e nell'area di Piediluco sono la testimonianza dell'esistenza di villaggi organizzati perilacustri e di importanti depositi cultuali già a partire dall'età del Bronzo.Intorno al 1914 vennero scavate, nei pressi della Cascata delle Marmore, alcune gallerie per ottenere, grazie alla forza dell'acqua in caduta, maggiore potenza negli stabilimenti che producevano carburo. All'interno di una di queste (la galleria del Toro) dopo un primo tratto scavato nella roccia calcarea compatta, gli operai si trovarono di fronte a una massa di tufo e di sabbie gialle: qui vennero rinvenute una grande fibula ad arco in bronzo e un vaso in impasto non tornito. Si trattava, probabilmente, di una grotta frequentata a scopo cultuale dalla Media alla Finale età del Bronzo (XVII-X sec. a.C.).A Cor delle Fosse, sempre presso Marmore, sui bordi di una delle grandi fosse che convogliano le acque del Velino verso la Cascata, furono ritrovati un grande vaso tronco-conico pieno di sabbie miste a ceneri e, collocati intorno ad esso, altri oggetti consistenti in pesi da telaio e rocchetti. La tipologia degli oggetti legati alla tessitura e alla filatura hanno portato all'affascinante ipotesi di un culto alle acque legato al mondo femminile.Nel 1868, durante i lavori di sistemazione dell'allora strada nazionale n.30 Terni-Rieti, presso l'antico porto del lago di Piediluco fu casualmente scoperto, in una cavità scavata nella roccia calcarea, un recipiente di terracotta di grandi dimensioni contenente una notevole quantità di oggetti in bronzo (si suppone più di 400 libbre di peso): si tratta del cosiddetto "ripostiglio di Piediluco". Non si è certamente di fronte a una stipe votiva, ma tutto fa supporre di essere in presenza di un deposito a carattere premonetale, come accade per il ripostiglio detto di "Contigliano" nel Reatino.Nei primi anni Ottanta del XX secolo vennero fatte diverse ricognizioni e furono così individuati circa 30 nuovi siti protostorici, in molti casi a distanze di poco meno di 1 km. In seguito a tali rinvenimenti è risultato modificato il modello di un unico bacino lacustre a favore dell'esistenza, per tutta la durata dell'epoca protostorica, di più bacini. Sia nell'area di Piediluco che in quella reatina si svilupparono abitati perilacustri disposti in aree pianeggianti o, in alcuni casi, nel punto di raccordo delle pendici di bassi rilievi con la sottostante pianura (il Rivo, la Mola, Podere Colle d'Agnano, La Bandita, ecc.); questo dato emerge soprattutto in relazione all'età del Bronzo Finale (XI-X sec. a.C.).Nel Bronzo Finale nell'area del lago di Piediluco si assiste alla crisi del sistema insediamentale (crisi già in atto nel Reatino dal Bronzo Medio), forse conseguenza delle condizioni climatiche sfavorevoli e dell'innalzamento del livello di riva. Quindi nella prima età del Ferro si sviluppa un vero e proprio insediamento protourbano a Terni.Il distretto ternano dovette entrare nell'orbita romana nei decenni iniziali del III sec. a.C., immediatamente dopo la conquista della Sabina portata a termine nel 290 a.C. dal console Curio Dentato, che di lì a poco dette il via ai lavori per la creazione del famoso Cavo Curiano, quello che ancora oggi convoglia le acque del fiume Velino verso la Cascata delle Marmore.Attualmente, nelle vicinanze della Cascata è possibile scorgere un ponte romano risalente all'età Augustea: si tratta di ponte del Toro, lungo circa 20 metri con arcata composta da 16 cunei regolari. Situato sulla riva sinistra del Nera, ha una posizione obliqua rispetto al letto del fiume che in età romana doveva avere un tracciato diverso.Alcuni dei reperti protostorici rinvenuti a Marmore e numerosi reperti provenienti da diversi siti ternani e dalle zone limitrofe (compresi in un periodo temporale che va dall'Eneolitico alla tarda antichità) sono esposti al museo archeologico di Terni.
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Arte e letteratura

  • La prima testimonianza della Cascata delle Marmore nella storia della letteratura risale all’epoca romana: Virgilio, nel VII libro dell’Eneide, fa riferimento a “una valle d’oscure selve e tra le selve un fiume che per gran sassi rumoreggia e cade”. Ancora Dante Alighieri nel canto XX del Paradiso scrive “ Udir mi parve un mormorar di fiume – che scende chiaro giù di pietra in pietra – mostrando l’uberta del suo cacume”.Ma è solo a partire dagli inizi del 1600 (subito dopo la realizzazione dell’ultimo e definitivo canale clementino) che la Cascata comincia ad acquisire un ruolo di rilevanza nella cultura figurativa e poetica europea, colpendo l’immaginario di poeti, disegnatori e pittori, soprattutto vedutisti. Molti viaggiatori, provenienti da Firenze e diretti a Roma, si spingevano fino alle Marmore: le difficoltà di visita del luogo erano facilmente superabili con l’aiuto di guide che conducevano i viaggiatori a cavallo oltre Villa Graziani, sino al terrazzamento panoramico di monte Pennarossa dal quale si poteva godere di una superba vista della caduta d’acqua.Villa Graziani, d'altronde, è sempre stata una sorta di anticamera della Cascata per tutti gli illustri visitatori che vi soggiornarono: la principessa imperiale di Russia, il re di Baviera, Ferdinando II re delle Due Sicilie e tanti pittori tra cui Camille Corot. Il pittore napoletano Salvator Rosa è uno dei primi a testimoniare la propria ammirazione per lo splendido scenario - definito una “cosa da far spiritare ogni incontentabile cervello” - e uno dei primi a gettare le basi di quel canone di “orrida bellezza” esaltato dai poeti romantici.Ma la Cascata conquistò il suo definitivo ruolo nella cultura figurativa e poetica del Sette-Ottocento grazie alla localizzazione di Terni lungo il percorso del Grand Tour, il viaggio che nobili e intellettuali compivano attraverso l'Europa, partendo da Parigi, attraversando il centro della Francia, quindi la Svizzera e finalmente l'Italia dove completavano la formazione approfondendo gli studi.Così la Cascata divenne una delle bellezze da vedere obbligatoriamente. Il suo arcobaleno venne collocato come Pompei e il Vesuvio tra le meraviglie italiane, giustificando il gran numero di dipinti e incisioni ad essa dedicati. La consacrazione definitiva nella cultura europea avvenne grazie ai versi di George Byron, che nel IV canto de "Il pellegrinaggio del giovane Aroldo" riprende ed esalta il concetto di "orrida bellezza": Volgiti ancora e guarda! Ella s’avanzacome un’eternità, per ingoiaretutto che incontra, di spavento l’occhiobeando, impareggiabil cateratta orribilmente bella! Nei libri di viaggio e nelle guide la Cascata viene esaltata per l'impetuosità e la ricchezza delle acque, l’intensità del suo arcobaleno, l’assordante fragore, il paesaggio che la circonda.Nel Novecento, infine, si tramuterà in simbolo di forza ed energia fino a divenire - nel 1945 - per opera del pittore ternano Giuseppe Preziosi, il marchio della Società Terni, la più grande industria della città (acciaieria) e una delle maggiori imprese italiane.
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Industria

  • Nel corso dei secoli, le popolazioni della zona hanno sempre cercato di trarre vantaggio sia dall’abbondanza di acqua disponibile, sia dal particolare contesto geomorfologico dell’area. Fino alla seconda metà del XIX secolo, le acque del Nera e del Velino furono utilizzate per l’irrigazione, attraverso opere di canalizzazione, e per azionare le ruote idrauliche di mulini e opifici.Dopo l’Unità d'Italia, nel 1861, Gioacchino Pepoli (commissario generale straordinario per l'Umbria) prefigurava per Terni il ruolo di “città dell'industria, del commercio e del lavoro nella nuova Italia”. In quegli anni due progetti per sfruttare le acque del Velino non furono realizzati.Nel 1869, Pietro Maestri (direttore generale della statistica del Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio) affermava che le acque del Velino e del Nera sviluppavano un potenziale idraulico pari a 200.000 cavalli-vapore. I tempi erano maturi per l’utilizzo a fini industriali delle acque dei due fiumi, convertendo la grande quantità di energia idraulica in elettrica.Tra il 1873 e il 1879, progettato dall'ing. Sconocchia, fu costruito il canale Nerino in modo da alimentare la Fabbrica d'Armi costruita a Terni nel 1879. Il canale fornì forza motrice anche ad altre fabbriche come il lanificio Gruber, lo jutificio Centurini, la fonderia e la Società industriale della Valnerina. Per la realizzazione e la gestione del canale fu costituito un consorzio promosso e guidato dal Comune di Terni, comprendente anche gli industriali Cini, Gruber e Cassian Bon. Il canale Nerino, lungo oltre 2 km, aveva una portata media di 27 metri cubi d'acqua al secondo.L’uso a fini industriali delle acque del Velino si concretizzò nel 1886 quando fu realizzata una derivazione di 5 mc/s dal cavo Curiano, all’altezza delle Marmore. Utilizzando il pozzo di Collestatte come bacino di decantazione, l’acqua, attraverso un percorso di circa 6 km e mezzo, con un dislivello complessivo di oltre 200 metri all’interno di gallerie e condotte forzate, arrivava a valle fornendo la forza motrice necessaria al funzionamento di tutti i macchinari delle Acciaierie di Terni, prime in Italia costruite fra il 1884 e il 1886 dalla Società degli Alti Forni Fonderie ed Acciaierie di Terni (SAFFAT). Fu la prima applicazione su larga scala dell'energia idraulica realizzata in Italia.Nel 1896 la Società Carburo inaugurò a Collestatte il primo stabilimento italiano per la produzione del carburo di calcio, cui seguì nel 1901 quello di Papigno (alcuni capannoni del quale sono di recente diventati studi cinematografici, utilizzati, tra gli altri, anche da Roberto Benigni per girare gli interni dei film “La vita è bella” e “Pinocchio”). Oltre alla SAFFAT, nel primo Novecento altri stabilimenti acquisirono concessioni per la produzione di energia elettrica. Sorsero in breve tempo diverse centrali idroelettriche (Marmore, Collestatte, Papigno, Cervara, Spoleto, Terni) azionate dalle acque del Velino, causa di molti contenziosi risolti nel 1922 quando divennero tutte di proprietà della SAFFAT che, fusasi con la Società Carburo, diventò la "Terni Società per l'industria e l'elettricità'".Nel 1924 la stessa società collegò il lago di Piediluco al fiume Velino. Sbarrò inoltre il cavo Curiano con una diga mobile che consentì di utilizzare il lago come bacino di regolazione settimanale per la centrale di Papigno. Già dagli inizi del Novecento, contemporaneamente alla lotta per assicurarsi lo sfruttamento delle acque del sistema Nera-Velino, cominciarono a levarsi voci preoccupate - e a lungo inascoltate - di alcuni intellettuali che sollevarono la questione della "scomparsa" della Cascata delle Marmore.I timori aumentarono quando nel 1927 la “Società Terni” ottenne dal Comune di Terni la cessione venticinquennale dei diritti per lo sfruttamento delle acque del Velino, avendo così modo di esercitare il monopolio della produzione, gestione e distribuzione dell’energia elettrica derivata dalle acque dell'intero bacino.Nel 1929 entrò in funzione, realizzata su progetto dell’arch. Bazzani, la centrale di Galleto destinata a diventare nel 1932, coi suoi quattro gruppi idroelettrici da 160.000 KW di potenza complessiva, la più grande unità idroelettrica d’Europa. Per l’approvvigionamento idrico della centrale l’acqua del Velino viene convogliata in due gallerie forzate che, sottopassando la ferrovia Terni-Rieti, giungono in un canale derivatore lungo 1.100 metri e profondo dai 20 ai 26. Da questo canale parte un’ulteriore condotta forzata, del diametro di 7,35 metri e lunga circa 730 metri, che al termine si biforca in due condotte minori munite di due pozzi da cui dipartono i collettori di alimentazione delle grandi turbine.Tra il 1929 e il 1931 l’azienda costruisce il canale del Medio Nera per portare nel lago di Piediluco le acque del Nera e degli affluenti montani Corno e Vigi, aumentando di conseguenza la capacità produttiva della centrale di Galleto. Nonostante nel 1929 il Ministero dei Lavori Pubblici avesse emanato una disposizione tesa ad aprire il flusso dell’acqua nei giorni festivi per un totale di 486 ore all'anno, dall’entrata in funzione della centrale di Galleto la Cascata delle Marmore rimase chiusa fino al 1954, quando la Provincia di Terni e la Società Terni concordarono un’apertura annuale di 770 ore. Nel frattempo, nel 1945, la Cascata divenne il marchio della Società Terni, realizzato dal pittore ternano Giuseppe Preziosi.A partire dal 1962 l'Enel acquisì la gestione di tutti gli impianti di produzione elettrica in Italia, continuando ad attuare il precedente accordo riguardo alle aperture della Cascata. Nel 1998, inoltre, l’Enel ha realizzato il primo impianto di illuminazione notturna di un bene naturalistico, composto da 52 centri luminosi con potenza variabile tra i 250 e 2.500 watt, permettendo così di fruire dello spettacolo della Cascata anche di notte.Attualmente ERG SpA, nuovo gestore della centrale di Galleto, ha sottoscritto ad aprile 2016 una nuova convenzione con il Comune e la Provincia di Terni per adeguare e rendere sempre più fruibile turisticamente il triplice salto: dal 1 maggio sono oltre 1.200 le ore annuali di apertura della Cascata. Negli ultimi anni le acque del tratto del fiume Nera immediatamente a valle della Cascata sono utilizzate anche a scopo ricreativo: vi si praticano, infatti, rafting, kayak, hydrospeed e torrentismo.
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Geologia

  • La Cascata delle Marmore ha una storia naturale molto antica, strettamente legata alle vicissitudini geologiche subite dal territorio nel corso degli ultimi 500.000 anni. Vicissitudini che determinarono le condizioni affinché il fiume Velino, a un certo momento, confluisse nel fiume Nera all'altezza dell'area oggi nota come "Le Marmore".La Cascata è un importante asse di regolazione del drenaggio delle acque superficiali di un'ampia area, coinvolgendo due fra i principali corsi d'acqua del Centro Italia. Attualmente, dal punto di vista idrologico, pone in comunicazione due grandi depressioni: il Bacino di Rieti e il Bacino Tiberino.Ma non è sempre stato così. Queste due aree, note in letteratura geologica come bacini intramontani, sono di origine tettonica, strettamente legate al sollevamento della catena montuosa appenninica. Il fiume Velino, influenzato dagli eventi che segnarono l'evoluzione geologica del Bacino di Rieti, si spinse sempre più ad interessare le aree settentrionali del bacino. Qui, una serie di faglie avevano creato uno stretto varco fra le dorsali montuose, noto oggi come Piano di Canale.Una ricerca pubblicata recentemente evidenzia che già 100.000 anni fa questo passaggio permise al Velino di sfondare a Nord, andando a mescolare le sue acque con quelle del fiume Nera che, nel frattempo, aveva seguito le fasi di evoluzione geologica della Conca ternana. A quel tempo, il Nera scorreva circa settanta metri più in alto rispetto ad oggi e la confluenza doveva avvenire attraverso una serie di rapide e gradini più o meno accentuati.Ma mentre il Nera approfondiva il suo alveo, il Velino, soprattutto nell'area di confluenza, accumulava grandi quantità di travertini, essendo le sue acque arricchite di carbonato di calcio da sorgenti situate a monte. Qui le condizioni morfologiche, unitamente alla grande quantità di acqua vaporizzata sui salti e sulle rapide, fecero sì che gradualmente si innalzasse un'enorme diga di travertino. Questa finì per sbarrare completamente l'unico varco che permetteva di evacuare tutte le acque incanalate che si raccoglievano nel Bacino di Rieti. Così lo sbarramento alle Marmore provocò un accumulo di acqua a monte, impaludando la Piana Reatina.Siamo quasi in tempi storici e, di qui a poco, si assisterà alla realizzazione di una grande opera di ingegneria idraulica. I Romani, infatti, intuendo l'enorme potenziale di fertilità dei terreni costituenti il fondo delle paludi, incisero con un canale la superficie del piastrone travertinoso facendo sì che le acque del Velino ricominciassero a cadere all'interno dell'alveo del Nera, bonificando le paludi e ricreando di conseguenza una cascata d'acqua alle Marmore. Nell'area naturalistica della Cascata delle Marmore insistono più di 300 grotte naturali, tutte censite dal CAI (Club Alpino Italiano) di Terni.
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Vegetazione

  • L’abbondanza delle acque, oltre ad aver inciso profondamente la Valnerina, caratterizza la vegetazione del Parco della Cascata con specie endemiche di notevole pregio. Il clima dell'area è di tipo mediterraneo, con presenza di un periodo arido estivo e con temperature medie annuali superiori agli 0 gradi centigradi. Queste condizioni climatiche sono però attenuate nel fondo della Valle del Nera che, oltre ad essere stretto e ombroso, è molto umido. In questa zona, infatti, l’aria è intrisa di minuscole particelle d’acqua generate dal fenomeno dell’aerosol. La considerevole massa d’acqua, precipitando con forte impatto sulle rocce e sul terreno ai piedi dei tre salti della Cascata delle Marmore, tende a frantumarsi in piccole particelle e a disperdersi nell’aria creando un effetto-nebulizzazione. Questa complessa situazione microclimatica dà vita a un bosco misto di sclerofille sempreverdi con caducifoglie mediterranee.La vegetazione legnosa che ricopre le pendici e le pareti rupestri è composta dal leccio (Quecus ilex), dal carpino nero (Ostrya carpinifolia) riconoscibile per le sue foglie lanceolate con margine seghettato, e dall'orniello (Fraxinus ornus), mentre tra gli arbusti troviamo il maggiociondolo (Laburnum anagyroides), il sorbo montano (Sorbus aria) e il pungitopo (Ruscus aculeatus). Le aree semirupestri caratterizzate da rocce calcaree affioranti sono popolate da una folta vegetazione arbustiva composta da erica (Erica multiflora), ginepri (Juniperus communis e Juniperus oxicedrus) e bosso (Buxus sempervirens), relitto xerotermico del Terziario, specie di grande valore naturalistico non molto comune in Umbria.Le rocce travertinose e umide costituiscono l’habitat ideale per felci, muschi ed epatiche, vegetali dall’anatomia piuttosto semplificata che necessitano di una costante presenza di umidità per garantirsi sopravvivenza e fenomeni riproduttivi. Tra le epatiche il genere più rappresentato è la marcanzia (Marchantia Polymorpha), presente nelle intercapedini delle rocce in cui l’acqua penetra e gocciola costantemente; per quanto riguarda le felci di notevole pregio è la lingua cervinia (Phyllitis scolopendrium) e il capelvenere (Adiantum capillus-veneris), mentre i muschi più abbondanti sono riferibili al genere Cratoneuron. Queste specie creano l’ambiente più particolare e suggestivo del Parco: grandi e soffici tappeti verde-smeraldo che ricoprono strati di rocce penetrate dall’acqua.Lungo le sponde del fiume Nera insiste la classica vegetazione ripariale, in cui gli alberi presenti sulle rive opposte protendono le chiome fino ad intrecciarle formando gallerie fresche e ombrose. Il salice bianco (Salix alba), il più grande dei salici coi suoi lunghi rami e le foglie argentate, l’ontano nero (Alnus glutinosa) e il pioppo cipressino (Populus nigra) sono le specie maggiormente presenti. Infine, sul versante del monte Pennarossa prospiciente la Cascata, si trovano lembi consistenti di lecceta frammista a pini d’Aleppo (Pinus halepensis).
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Orari Marzo

Apertura
Parco
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Acqua
Feriali 10.00 - 18.00 dalle 12.00 alle 13.00
dalle 15.00 alle 16.00
Sabato e Domenica 10.00 - 22.00 dalle 11.00 alle 13.00
dalle 15.00 alle 18.00

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Belvedere Inferiore
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