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Videocentro
[Siti di interesse culturale]

  • Il restauro e riutilizzo dei capannoni di una fabbrica metalmeccanica ha consentito la realizzazione del Videocentro di Terni. La fabbrica era la “Bosco”, la seconda azienda ternana nel settore metalmeccanico dopo la Terni, sorta nelle vicinanze della Porta Spoletina, a stretto contatto con le mura cittadine medievali. Antonio Bosco, fondatore dell’azienda, avviò all’inizio del secolo scorso, in un vecchio casaletto la propria attività di fabbro ferraio e costruttore di attrezzi agricoli. Lo sviluppo della fabbrica fu veloce e nel 1924 furono costruiti i capannoni adeguati ad ospitare l’accresciuta attività produttiva che andava dalla caldareria alla realizzazione di impianti per l’industria. Un ampliamento inglobò la vecchia strada Flaminia che, lasciando la città attraverso la porta si inoltrava verso la Somma. Era zona interessante per il permanere di testimonianze storiche, anche se ormai non più disponibili: lì, secondo antiche cronache, si trovava un grande arco di trionfo; sempre lì si trovavano alcune antiche chiese e, fattore di maggiore interesse per i cultori di storia, in quell’area dovevano trovarsi i Tre Monumenti, ossia il cenotafio dedicato alla memoria dei Taciti, lo storico Cornelio e i suoi discendenti Annio Floriano e Marco Claudio imperatori romani. Una fabbrica, la Bosco, che ha sempre combattuto con la ristrettezza dello spazio a sua disposizione, fino a che non si decise di costruire un nuovo stabilimento fuori città. Quando, intorno al 1980, la fabbrica fu trasferita nell’area industriale Terni-Narni, si decise per il recupero dei principali immobili e la loro acquisizione perché fossero a disposizione della collettività per attività culturali, recuperando e restaurando la parte più antica e significativa della fabbrica e promovendo nella progettazione del recupero l’accostamento tra l’architettura del primo Novecento ad elementi postmoderni. Nacque così il Videocentro, in origine parte di un sistema di produzione multimediale che comprendeva la Bibliomediateca e gli studi cinematografici di Papigno. Nei capannoni dell’ex Bosco sono stati girati gli interni di numerose fiction televisive e del film di Roberto Benigni “La vita è bella” premiato con tre Oscar.
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Palazzo Primavera
[Siti di interesse culturale]

  • Oggi si chiama “Palazzo Primavera” e si presenta come una costruzione recente. Invece si tratta di un intervento edilizio portato a compimento su un complesso edilizio in origine risalente al XVI secolo a sua volta realizzato ricorrendo alla demolizione del preesistente oratorio del Suffragio, utilizzato dalla Confraternita omonima che raccoglieva i “mercatanti”. Nel 1548 al posto dell’oratorio la confraternita volle edificare una Chiesa dedicata a Santa Lucia, patrona dei “mercatanti”, vale a dire di contadini e commercianti che operavano nelle pubbliche fiere. Da subito la Chiesa di Santa Lucia passò attraverso vicissitudini complesse perché più volte scelta come acquartieramento di truppe al passaggio di eserciti invasori diretti verso Roma, subendo così ogni volta danni sostanziosi. Nel 1620 fu assegnata ai Gesuiti, che utilizzarono il complesso come collegio e scuola. Tale ruolo esso ha mantenuto per secoli, prima con i Gesuiti, poi ospitando il liceo cittadino, la scuola tecnica, e le scuole serali. Un avvenimento fu l’istituzione della scuola condotta dagli aderenti alla Compagnia di Gesù, che soddisfaceva una vecchia aspirazione della città di Terni. Già più di cinquant’anni prima se n’era fatto interprete il letterato ternano Orazio Nucula che, abitando a Roma, ebbe la possibilità di parlarne – sembra - col fondatore della Compagnia, Ignazio di Loyola. Ma si dovette soprassedere ed aspettare – rispose Ignazio – che la Compagnia avesse un numero soddisfacente di adepti. Nel 1620 i gesuiti finalmente acconsentirono anche grazie ad una congrua offerta avanzata dal Comune insieme al Monte di Pietà e alla Confraternità di San Nicandro: trecento scudi in aggiunta allo stipendio che spettava ai maestri di scuola, più la possibilità di concedere in affitto le stanze del collegio, che avrebbe reso altri cinquecento scudi. Nel 1624 quindi, compiuti i necessari lavori di adattamento, il collegio di Santa Lucia cominciava a funzionare regolarmente. Anni dopo la nascita del Regno d’Italia, trasferiti liceo e collegio, nello stabile fu alloggiato il Tribunale di Terni che vi restò dagli anni Venti del XX secolo per circa quarant’anni. Una parte del fabbricato fu invece occupato dall’amministrazione provinciale che ne fece il “Palazzo della Sanità”. Restato successivamente in abbandono, negli anni Settanta e Ottanta fu occupato a più riprese da giovani che ne rivendicavano l’uso a scopi culturali e sociali, inalberando sulla facciata, uno striscione che riassumeva tutte le loro proposte e le loro speranze, e ribattezzava il luogo in “Palazzo Primavera”, nome che gli è stato ufficialmente assegnato quando, attraverso il recente intervento edilizio pubblico privato, una parte dei locali sono diventati di pertinenza del Comune che li ha destinati a luogo di incontro e convegni e per esposizioni.
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Museo d’arte moderna e contemporanea "Aurelio De Felice" (presso CAOS)
[Siti di interesse culturale]

  • Il museo Aurelio De Felice raccoglie le opere dello scultore ternano, insieme ad esposizioni di opere d’arte contemporanea, ma anche le opere del pittore naif Orneore Metelli, considerato uno dei più importanti del mondo. Fu proprio Aurelio De Felice a scoprire e valorizzare le opere di colui che viene definito il “pittore calzolaio” il quale firmava i suoi quadri col disegno di uno stivaletto. De Felice, fu artista particolarmente estroverso: nel museo sono raccolte le opere che egli a più riprese donò alla città (in tutto circa ottocento). Frequentò la corrente della Scuola romana di Mafai, Scipione, Fazzini e quindi si proiettò all’estero: in Svizzera ed in Germania. Vi andò dopo che era stato espulso dalla Accademia di Belle Arti per avere affermato, nel presentare una tesina, che le accademie andavano tutte chiuse perché ormai praticamente inutili. Dalla Svizzera e Germania alla Francia il salto fu breve. A Parigi frequentò Cocteau, Picasso ed altri artisti oggi tra i più famosi del mondo. Mentre le opere di De Felice, di Metelli e degli artisti moderni e contemporanei si trovano al piano terra del CAOS (Centro Arti Opificio Siri), al piano superiore trova spazio il fondo della Pinacoteca comunale che contiene tavole, tele e sculture che vanno dal periodo rinascimentale fino al Settecento. Si tratta di opere per la maggior parte elaborate da artisti umbri tra i quali figurano personaggi di primo piano nel panorama mondiale dell’arte. A cominciare da Piermatteo d’Amelia una cui opera spicca tra le altre: la Pala dei Francescani considerata il capolavoro di quel fine pittore che per anni ha attratto l’attenzione degli storici dell’arte di tutto il mondo in caccia dell’allora sconosciuto autore di un altro grande quadro ospitato in un museo di Boston. Per anni fu definito il “Maestro dell’Annunciazione Gardner” dal nome del museo, poi si scoprì che la mano era la stessa di chi aveva affrescato un’edicola di campagna, vale a dire Piermatteo di Amelia che, attestava un documento, fu pagato per quel lavoro. Ed a fianco a Piermatteo non mancano il Perugino, Benozzo Gozzoli e un giovane Raffaello.
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Museo Archeologico (presso CAOS)
[Siti di interesse culturale]

  • Il museo archeologico, visitabile presso il CAOS (Centro Arti Opificio Siri) è diviso nelle due sezioni preromana e romana. Particolarmente ricca ed affascinante la prima delle due sezioni anche per il fatto che numerosi sono stati i ritrovamenti nei dintorni di Terni. Primi fra tutti gli oggetti funerari provenienti dalla grande necropoli che si estendeva dalla stazione ferroviaria fino al sito delle acciaierie utilizzata nel periodo che va dal X al VI secolo avanti Cristo. Il museo conserva anche la ricostruzione completa di una tomba “bisoma” rinvenuta nella zona di Pentima, nominata come “Tomba di Sabino e Serapia” e sicuramente inusuale per il fatto che si tratta dell’unico esempio di una sepoltura che vede insieme i resti di una coppia. Da altri siti archeologici del circondario ternano vengono tutti quegli oggetti che gettano raggi luce sulla vita quotidiana delle popolazioni dei Naharki, gli abitanti dell’area del Nera. Quella dei Naharki si annuncia come una comunità piuttosto avanzata. A far da cornice oggetti tornati alla luce durante lavori di scavo nelle zone di piazza Clai e nei sotterranei di alcuni palazzi storici cittadini, dai siti di Maratta Bassa, e Monte Torre Maggiore. Non mancano, ovviamente reperti molto interessanti che sono stati rinvenuti a Carsulae e quelli provenienti dagli scavi della necropoli di San Valentino. Diverse le statue, anche se qualcuna molto danneggiata, ed i sarcofagi spesso scolpiti sui fianchi con scene di vita quotidiana.Molti di questi reperti sono di epoca romana e danno l’immagine di una città, Interamna Nahars, piuttosto ricca. Da Carsulae viene la raccolta dei “Cippi Carsulani”, monumenti sepolcrali abbastanza singolari, che sembra siano tipici della cultura dominante a Carsulae. Essi rappresentano quasi in miniatura monumenti sepolcrali maggiori di cui non è restata altra testimonianza, e documentano in qualche modo una certa influenza della cultura ellenica. Tra le pietre scolpite trova spazio anche un reperto che è il piede di una statua che, stando alla consistenza della frazione che di essa è rimasta, doveva essere di dimensioni gigantesche. Tra i reperti d’epoca romana sono conservate numerose epigrafi e steli nonché oggetti della vita quotidiana; tutto materiale ritrovato fortuitamente durante lavori di normale amministrazione, in diverse aree del centro cittadino: da ponte Garibaldi, alla zona del Duomo, a quella intorno Palazzo Spada, ecc.
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Teatro Secci (presso CAOS)
[Siti di interesse culturale]

  • Uno dei capannoni della ex fabbrica Siri è stato destinato ad accogliere il teatro (presso CAOS - Centro Arti Opificio Siri). Nel quadro della complessità anche normativa del recupero di un’area industriale dismessa, che prevedeva la cessione di una parte dell’area a privati per la realizzazione di un centro commerciale quel capannone era rimasto tagliato fuori. Esso era tra le pertinenze del centro commerciale, ma non si configurava un’esigenza del suo riutilizzo. Anche per la posizione, in fondo all’area verso la via Giandimartalo da Vitalone e perpendicolare alla lunga striscia costruita che, lungo la stessa via, ospitava in origine gli alloggi dei dirigenti, poi destinata nel progetto di recupero ad insediamenti abitativi e quindi, in seguito ad una revisione del progetto stesso, a sede museale e formativa. È per questo che quel capannone è stato l’ultima tranche dell’intervento di restauro e riuso dell’ex Siri. L’abbondanza di spazio suggerì l’idea di riutilizzo che fu attuata mediante l’istituzione di un teatro di tipo sperimentale. È nato così quello che oggi è il Teatro Secci. I lavori sono stati condotti e terminati nel corso del 2010, quando fu inaugurato e intitolato alla memoria di Sergio Secci, giovane ternano appassionato operatore di teatro che morì nella strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, aveva 24 anni. Si era laureato al Dams di Bologna e quella mattina andò alla stazione per spostarsi in treno a Treviglio per un appuntamento che aveva con i componenti di un gruppo teatrale con cui avrebbe dovuto collaborare per una serie di spettacoli. La città di Terni ha voluto perpetuarne la memoria dedicandogli il nuovo teatro del complesso Ex Siri in un’opera che sposa la cultura operaia (da cui Sergio Secci proveniva) con quella dell’arte a tutto tondo. In una costruzione che fa parte del patrimonio archeologico industriale sono ospitate strutture tecniche d’avanguardia. Trecento i posti a sedere.
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Museo di Paleontologia
[Siti di interesse culturale]

  • Oggi, in San Tommaso, chiesa sconsacrata, è ospitato il museo di paleontologia, nato soprattutto per scopi didattici ed inserito nel progetto umbro Paleolab, contiene una serie di interessanti reperti su cui svetta la struttura ossea di una “balena” rinvenuta nella zona di Allerona: un cetaceo risalente a due milioni di anni fa e abitante del grande lago Tiberino che ricopriva la zona centrale e pianeggiante dell’Umbria. La scoperta del grande scheletro, lungo quattordici metri, e quasi intatto avvenne nel 2003 in una località che dista appena un paio di chilometri dal centro abitato. Un analogo ritrovamento si è verificato nel 2007. La chiesa di San Tommaso fu possesso patriarcale di San Giovanni in Laterano. Al tempo dei liberi Comuni fu anche sede di riunioni del consiglio cittadino di Terni. Era detto “di Camporeale” lo spazio esistente tra di essa e la vicinissima chiesa di San Cristoforo, perché di proprietà della famiglia Camporeali giunta a Terni al seguito di Federico Barbarossa, i membri della quale furono nominati rappresentanti dell’imperatore. In questa veste furono tra i maggiori rappresentanti della parte ghibellina in alleanza con l’altra potente famiglia del tempo, i Castelli. L’alleanza, però, si ruppe proprio nel momento in cui sarebbe stata maggiormente utile e cioè quando Braccio di Montone, che combatteva al soldo del papa, assediò e attaccò a più riprese la città, fino ad impadronirsene. Era, quello slargo, un orto rigoglioso ricco di acqua sorgiva che serviva a dissetare tutta quella parte di città. Una funzione oggi richiamata dalla fontana “delle cento cannelle” che sorge lungo il fianco di San Tommaso. Il sagrato della chiesa è ricordato nella tradizione ternana per essere stato teatro di un episodio che, nella memoria storica ternana ha acquisito il valore di simbolo della lotta contro i soprusi e per la libertà. Si narra che un fabbro ferraio reagì all’arroganza di un gabelliere narnese e invece di versargli la pretesa gabella, lo aggredì a legnate uccidendolo. A fianco del fabbro ferraio, Liberotto Liberotti, il popolo insorse contro le prepotenze dei narnesi e degli spoletini, che avevano conquistato Terni dopo la devastazione compiuta dall’esercito di Barbarossa, e con l’appoggio di Foligno e Todi, riacquistò la libertà.
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Museo Diocesano e Capitolare
[Siti di interesse culturale]

  • Il museo Diocesano e capitolare è ospitato nel palazzo adiacente alla cattedrale, fatto costruire nel 1653 dal cardinale Angelo Rapaccioli, vescovo di Terni, quale sede del seminario della diocesi. Una costruzione avvenuta, come spesso s’è verificato nel centro cittadino di Terni, accorpando alcune piccole case preesistenti di origine medievale, alcune strutture delle quali (nicchie, colonne) sono tornate alla luce in occasione dell’ultimo restauro, quello promosso per adeguare la struttura ad ospitare le opere d’arte raccolte in luoghi religiosi della diocesi. Dipinti, pale d’altare ed anche oggetti sacri provenienti da monasteri, chiese, oratori e conventi sparsi nel territorio della diocesi che comprende i territori di Terni, Narni e Amelia. Tra di esse una Circoncisione di Livio Agresti, un Madonna con Bambino e santi del pittore fiammingo Marten Stellaert ed opere di numerosi artisti umbri e laziali tra i quali Girolamo Troppa e Liborio Coccetti oltre ad una Resurrezione di Lazzaro attribuita alla scuola del Guercino. Il palazzo, secondo il volere del cardinale Rapaccioli, era completamente autonomo dal resto del vescovado e dalla chiesa cattedrale fatta eccezione per una galleria, ora chiusa, che collegava il seminario alla chiesa. Un palazzo che il cardinale volle di una certa validità artistica e che fu fatto abbellire con una serie di affreschi, oggi andati perduti. Il museo diocesano e capitolare di Terni, inaugurato nel 2005, è stato dedicato alla memoria di don Fabio Leonardis, direttore dell’ufficio beni culturali della diocesi Terni, Narni, Amelia, e appassionato curatore del progetto. Vi sono ospitati, in cinque sale che si sviluppano su un’area di quattrocento metri quadrati, dipinti e sculture risalenti al periodo tra il XV e il XVIII secolo, armonizzati in una ricca collezione. Comprende una vasta sezione dedicate ad artisti contemporanei quali Oliviero Rainaldi, Bruni Ceccobelli, Paolo Borghi, Riccardo Cinalli, Dino Cunsolo, alcuni dei quali hanno realizzato loro opere in alcune chiese cittadine.
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Teatro Verdi
[Siti di interesse culturale]

  • Il Teatro Comunale, “architettato - scriveva lo storico Luigi Lanzi in una guida della città nel 1899 – dal Cavalier Luigi Poletti nel 1840, immaginato quando la città non contava che diecimila abitanti, è reso ormai angusto per una popolazione maggiore per oltre tre volte”. Il teatro, intitolato a Giuseppe Verdi, è oggi di nuovo in attesa del completamento di lavori di restauro e adattamento a nuove regole ed esigenze. Proprio nel 1840, infatti, fu posata la prima pietra del teatro comunale ternano, “alla presenza del prestigioso Architetto Pontificio del Sacri Palazzi Apostolici, Luigi Poletti”, il cui progetto fu preferito dal Comune a quello di Luigi Santini, perugino. I lavori furono completati in otto anni, e così nell’agosto del 1849, si procedette all’inaugurazione con la rappresentazione del melodramma “Saffo”. Non si chiamava ancora teatro Verdi, ovviamente, dato che il musicista era ancora vivo e vegeto e nel pieno della propria attività. Il nuovo teatro nasceva su fondamenta ben più antiche, quelle del Palazzo dei Priori, poi trasformato nella sede del “forno pubblico”. Alla metà dell’Ottocento la precarietà delle fondazioni consigliò la demolizione e la costruzione di un nuovo edificio che fu destinato a Teatro affidando il progetto ad un esperto come Luigi Poletti, che realizzò una delle sue opere migliori, con una grande scalinata esterna, ed interno decorato con stucchi e dipinti. Il teatro comunale di Terni fu uno dei primi a utilizzare l’illuminazione elettrica (era il 1888) prodotta dalla Società della Valnerina di Cassian Bon, ad avere un edificio affiancato destinato all’uso di camerini. Nel 1908 l’impianto elettrico andava reso più sicuro e moderno e con l’occasione si ampliò il palcoscenico. Risale ad allora l’intitolazione a Giuseppe Verdi, scomparso sette anni prima e fu l’occasione per una seconda inaugurazione, stavolta con l’ “Otello”. Le mutate esigenze, col passare del tempo, comportarono una serie di lavori e rifacimenti di impianti l’ultimo dei quali – il più invasivo che cancellò del tutto l’opera originaria del Poletti fatta eccezione per la facciata – avvenne in conseguenza della distruzione provocata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Fu completamente ricostruito e dato in concessione a privati che lo trasformarono all’interno per adattarlo alle esigenze di un cinema più che di un teatro, fino a quando, negli ultimi anni, è stato chiuso in attesa di un nuovo, necessario restauro che ha per ora interessato solo la facciata.
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Cascata delle Marmore
[Siti di interesse turistico]

  • Spettacolo celebrato da grandi artisti, poeti, scrittori che ne fecero tappa fissa nel Grand Tour, la Cascata della Marmore raggiunge 165 metri di altezza. E’ un’opera idraulica grandiosa realizzata al tempo dei Romani, quando si decise di convogliare le acque della grande palude creata dal Velino, al di sotto del costone montagnoso, nel Nera. Un’opera che è stata al centro di dispute feroci tra reatini e ternani, con questi ultimi che temevano inondazioni nella loro vallata. Fu il console Manio Curio Dentato che allo scopo di liberare dalle paludi la terra dei reatini che aveva preso a ben volere dopo averli assoggettati, decise che l’unico modo possibile era incanalare quelle acque che il Velino portava fin sul ciglio del burrone, facendole piombare nel sottostante fiume Nera. Si scavò così la cava detta oggi Curiana: si era nel terzo secolo avanti Cristo. Nasceva la cascata delle Marmore. Si eliminava così la palude circondata da boschi fitti ritenuti sacri, in cui trovavano dimora templi dedicata alla dea Velia ed altri dei pagani, sede di riti sacri e magici. Rimaneva il lago, sulla sponda del quale si sviluppò quel centro abitato che poi prese il nome di Piediluco, ossia di un centro nato ai piedi del un luco, un bosco fitto e ritenuto sacro dalle popolazioni sabine. Dalla cascata delle Marmore, dal fragore delle acque, dai flutti spumeggianti è stato attratto nei secoli l’interesse di viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa specie nel periodo in cui tra gli intellettuali s’era diffusa l’abitudine a percorrere l’Italia nel “Grand Tour”, un viaggio in Italia per vederne e studiarne le bellezze. Nel tragitto verso Roma diventò d’obbligo la deviazione verso la cascata delle Marmore, che è stata cantata da letterati e poeti (da Byron a Shelley a Goethe), rappresentata da una lunga sequela di pittori grandi e famosi, rapiti dallo spettacolo. Papa Pio VI potette osservarla tra i primi da un punto di osservazione realizzato a suo omaggio; la specola – detta appunto di Pio VI – che s’affaccia a sbalzo sulla caduta delle acque e che si raggiunge transitando in una galleria scavata nella roccia. Bellezza paesaggistica, ma anche simbolo della Terni industriale che delle acque e dell’energia a buon mercato che se ne poteva avere, ha fatto uno dei suoi motivi di appeal per attrarre investimenti e promuovere l’industrializzazione cittadina. Non a caso per parecchi decenni il logo delle acciaierie ternane era proprio uno stilema della Cascata. Oggi rimane la principale attrattiva turistica del Ternano, e conta ogni anno milioni di visitatori. Singolari e suggestivi gli angoli visuali che la Cascata, con tutto il suo parco, è in grado offrire. Sentieri che costeggiano il precipitare delle acque si inerpicano sul costone montagnoso; escursioni panoramiche con guide esperte; canoa e rafting sono praticati nel tratto del fiume Nera reso impetuoso dalla caduta delle acque. In un’atmosfera che racchiude la potenza della natura, l’intelligenza dell’uomo, la singolarità del paesaggio, la storia più remota. La zona fu infatti abitata fin dall’epoca preistorica. A valle, rispetto alla Cascata un’opera idraulica anch’essa risalente all’epoca romana, il Ponte del Toro, recentemente individuato come un mezzo per frenare le acque del Velino che confluivano nel Nera, in epoca antecedente alla realizzazione della Cascata, percorrendo un canalone ancor oggi individuabile.
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Lago di Piediluco
[Siti di interesse turistico]

  • Realizzata finalmente la bonifica dalle acque stagnanti di quello che era stato il grande lago Velino, nacque il lago di Piediluco. Uno specchio d’acqua dalle dimensioni ridotte (poco più di un chilometro e mezzo quadrato la sua superficie), incastonato tra il verde e contornato dalle sommità di antiche colline. Area malsana nei tempi più remoti, eppure luogo di diversi insediamenti umani comprovati da numerosi ritrovamenti archeologici. Era considerato bosco sacro quel Luco in età pre-romana, il principale tra i luoghi similari che sorgevano ai margini della palude. Vi si tenevano riti e riunioni e da lì si amministrava il territorio da parte dei sacerdoti di tali riti, chiamati Luconi. Gli abitanti del posto erano concentrati verso la sommità della montagna ed intorno all’anno Mille avevano una rocca a proteggerli. La Rocca o castello di Piediluco era stata costruita almeno un secolo prima, ed era parte del feudo degli Arroni. Nel 1300 figura però come appartenente al feudo dei Brancaleoni. E’ nel XIII secolo, comunque, che coloro i quali poi divennero i piedi lucani cominciarono a trasferirsi dalla sommità della montagna sulla riva del lago che nello stesso periodo si sviluppa. Fu Oddone Brancaleone a volere la costruzione della chiesa di San Francesco verso la fine del XIII secolo, nel centro abitato, un borgo in cui la pesca era occupazione dominante. La chiesa si erge alla sommità di una grande scalinata che, al salire delle acque, veniva da esse in parte sommersa. Essa è stata sottoposta, col passare dei secoli a rifacimenti di vario genere: per esempio è stato soppresso il convento che ad essa era annesso, mentre in alcune testimonianze risulta che la scalinata esterna, lunga quanto l’intera facciata, fosse di venti scalini, mentre oggi essi sono sedici. Più felice l’intervento sul portale della chiesa che è opera dello scultore Pier Damiano di Assisi il quale vi rappresentò gli attrezzi per l’esercizio della pesca e vi raffigurò le specie ittiche che popolavano allora il lago. Finita male la dominazione dei Brancaleoni, il castello ed il Feudo passarono a Blasco Fernandez, nipote del cardinale Albornoz, ma diverse sono state le signorie che sono state esercitate, prima e dopo, su Piedliuco comprese quelle dei Castelli e dei Trinci. In tempi più recenti Piediluco è stato Comune autonomo fino al 1927 quando fu inglobato nel territorio di Terni, divenendone una frazione. Oggi è meta turistica, ma anche un punto fermo importante nello sport del canottaggio. Il lago di Piediluco è infatti centro della Federazione Canotaggio e sede di importanti gare internazionali.
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Orari Settembre

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Apertura
Acqua
Feriali 10.00 - 22.00 dalle 11.00 alle 13.00
dalle 15.00 alle 16.00
dalle 20.00 alle 21.00
Sabato e Domenica 9.00 - 22.00 dalle 10.00 alle 13.00
dalle 15.00 alle 18.00
dalle 20.00 alle 21.00

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