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Chiesa di Sant’Antonio
[Edifici religiosi e di culto]

  • Nel periodo in cui l’industrializzazione era ormai un fatto compiuto – almeno per una parte – la città trovò espansione quasi naturale nella zona est, la stessa in cui si trovavano le principali fabbriche. Lì sorsero le case operaie, lì era stata impiantata qualche nuova fabbrica come la Bosco e la Carburo di Calcio, quest’ultima poi costretta a costruire una sede lontano dal centro abitato (si spostò a Papigno) a causa dei fumi che provocarono numerose proteste tra gli abitanti della zona. Oltre ad una nuova grande strada che conduceva alla stazione ferroviaria, via Curio Dentato, si volle costruire una nuova, grande chiesa che fu dedicata a Sant’Antonio. Nella chiesa di Sant’Antonio, il progettista Cesare Bazzani una delle grandi firme dell’architettura che hanno “segnato” Terni, dà sfogo alla sua impostazione classicheggiante, arrivando a riempire di richiami al manierismo la facciata di una chiesa moderna. Sant’Antonio, la più classicheggiante delle chiese ternane, fu costruita tra il 1923 ed il 1935, proprio dirimpetto alla villa dell’industriale Bosco, anch’essa realizzata su progetto del Bazzani che nella medesima zona ha “firmato” pure il Regio istituto tecnico industriale. È la parte nuova della città che sta nascendo nel primo dopoguerra. La chiesa viene realizzata a ridosso della cinta muraria medievale che subisce una ulteriore mortificazione, e a due passi dalla Porta Spoletina, che fu una delle più importanti di Terni. Anche nella chiesa di Sant’Antonio non manca il ricorso al “gigantismo” delle forme e degli archi, con la vasta scalinata esterna ed il grande portale centrale compreso in un arco che avvolge praticamente tutta la facciata.
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Anfiteatro Fausto
[Siti di interesse storico e archeologico]

  • L’Anfiteatro Fausto è la testimonianza dell’importanza e della ricchezza che Terni raggiunse in epoca romana, quando il suo nome era Interamna Nahars. Un’opera di forma ovale e di grandi dimensioni (97 metri e mezzo è lungo l’asse maggiore e 73 metri l’altro), contenente tribune in cinque cerchi concentrici che erano costruiti in muratura, originariamente a due piani. Capace di contenere un numero elevato di spettatori, intorno a diecimila. Un’opera in muratura con largo uso di pietra sponga, il travertino estratto dalla rupe della cascata delle Marmore. Il perimetro esterno dell’edificio conserva lacerti di opus reticulatum bicromo realizzato in pietra locale. Sulle sue rovine la copia di una iscrizione, voluta da un membro di un collegio che curava il culto imperiale, Fausto Tito Liberale, (da qui il nome dell’Anfiteatro) consente di calcolare con precisione la data della fondazione della città, ossia il 672 a.C. L'epigrafe originale è oggi visibile presso il Museo Archeologico - CAOS - CENTRO ARTI OPIFICIO SIRI. L’importanza della struttura, e per riflesso della città, è data anche dalla memoria degli spettacoli che vi si svolgevano. Riferisce lo storico Francesco Angeloni che nell’anfiteatro avevano luogo “spettacoli gladiatori “ e combattimenti tra i gladiatori e “grandi fiere”. Nel periodo della decadenza, l’anfiteatro divenne cava per la costruzione di altri edifici, finché non fu inglobato nel vescovado di cui divenne l’orto, mentre una parte delle sue mura furono riconvertite nelle fondamenta e in manufatti di sostegno della sede della curia vescovile che vi è stata costruita sopra. In epoca più recente, è ritornato alla funzione originaria di luogo di spettacolo, dopo essere stato per alcuni decenni sede del campo di calcio dell’oratorio. Il Comune di Terni, rientratone in possesso, lo ha recuperato e oggi ospita rappresentazioni teatrali e concerti.
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Giardini storici della Passeggiata
[Siti di interesse storico e archeologico]

  • Un museo all’aperto i giardini pubblici della Passeggiata. Un museo “archeologico” e botanico. All’area dei giardini sono pertinenti l’abside della cattedrale, la chiesa della Madonna dl Carmine, e soprattutto l’anfiteatro Romano. Inoltre v’hanno trovato sede stabile, secondo una prassi certamente criticabile, lesene, capitelli, paraste ed altri reperti provenienti dalla demolita chiesa di San Giovanni Decollato che s’affacciava sulla piazza Maggiore (attualmente Piazza della Repubblica), sono stati riusati come elementi decorativi, ma anche come basamento per panchine di cemento, tavolinetti, sedili, vasi e colonnine. Di particolare interesse due sfingi, una delle quali deturpata per ricavarne una fontanella, che in origine erano state utilizzate come ornamento ai lati del portale della chiesa sulla piazza principale di Terni. (Un quadro dell’artista Orneore Metelli, esposto al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea De Felice - CAOS - CENTRO ARTI OPIFICIO SIRI, restituisce la collocazione originale delle due sfingi). Da non dimenticare le mura cittadine che delimitano i giardini su lati ovest e sud, con quest’ultimo tratto che è ancor oggi il meglio conservato dell’antica barriera di protezione dai nemici costruita al tempo dei Romani. Nelle sue vicinanze, nella parte esterna rispetto alla Passeggiata, sono stati ritrovati strumenti in selce ossea attribuibili al periodo paleolitico, insieme a frammenti di ceramica. Nello stesso luogo aveva sede il cimitero ebraico medievale, a memoria del quale si trova una lapide posta di recente, che si considera fosse , per i tempi, piuttosto esteso: dieci volte più grande di quello di Perugia ed il doppio di quello di Pisa. Fu utilizzato fino all’estinzione della colonia ebraica della Terni medievale, avvenuta nel corso del XV secolo. Interessante, seppur non sempre ottimamente mantenuto, il patrimonio botanico che accosta ad essenze come i tigli, lecci e pini altre quali il cedro del Libano e dell’Himalaya, i bagolari, ornielli e loppi. Alberi che molto spesso hanno più di un secolo. Il parco pubblico della Passeggiata era in origine uno spazio verde a disposizione del vescovado (i giardini del vescovo) e si estendeva dall’abside della Cattedrale fino alla cinta muraria cittadina. Le vicende storiche lo portarono nella proprietà del demanio francese che poi lo vendette ad un privato Nel 1846 il vasto appezzamento di terreno, lasciato in abbandono, fu acquistato dal Comune per metterlo a disposizione della collettività. Nel 1890 Domenico Giannelli, ne curò il progetto di ammodernamento e ristrutturazione. I reperti provenienti dalla chiesa di San Giovanni Decollato si aggiunsero nel 1921 quando il tempio sulla piazza principale di Terni fu abbattuto per far spazio al palazzo delle Poste.
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Torre Barbarasa
[Siti di interesse storico e archeologico]

  • Circa trecento erano le torri costruite in città ma intorno al 1600 ne restavano ormai ben poche. La meglio conservata allora come oggi è la Torre Barbarasa. La famiglia Barbarasa fu una delle famiglie di primo piano a Terni nei secolo XV e XVI, ed annoverò tra i propri componenti numerosi priori, consiglieri generali e banderari, in sintesi amministratori cittadini, oltre ad un canonico della Cattedrale, Giulio Barbarasa. Famiglia potente, quindi, soprattutto economicamente tanto che la casa-torre da loro edificata (anche se le prime strutture della costruzione sono fatte risalire al XIII secolo) voleva essere un segno della loro potenza. La torre, ritenuta una costruzione a difesa della città, sicuramente era a “guardia” dei possedimenti dei Barbarasa, confinanti degli Spada. Nella storia cittadina la torre Barbarasa è ricordata soprattutto per un episodio legato all’epidemia di peste che colpì anche Terni sul finire del XVII secolo. Alla notizia del diffondersi dell’epidemia nell’Italia del centro-sud, il consiglio cittadino decise di mettere soldati alle porte cittadine ad impedire l’ingresso di forestieri. Nel frattempo in Duomo e San Valentino si susseguivano le funzioni religiose. Fu aperto un lazzaretto al convento delle Grazie, fuori città allora, per ospitarvi coloro che provenivano dalla zone sospette. Furono chiuse le osterie e gli altri luoghi di ritrovo; per vagabondi ed accattoni fu posto il divieto di girovagare. Fu anche ricostruito un tratto delle mura cittadine, nei pressi di porta Romana, che era crollato a causa dell’incuria. Ma le misure preventive non bastarono. I primi casi di peste furono registrati all’inizio dell’estate del 1656 nel quartiere del Duomo. Un anno dopo, nel Giugno del 1657, il vescovo, Sebastiano Gentili, visto che la situazione era ancora grave, organizzò una grande processione per le strade cittadine ed a conclusione salì sulla torre Barbarasa, l’edificio più alto di Terni, portando con sé la reliquia del Preziosissimo sangue. Da lì invoco protezione divina e benedisse la città. Ricorda tutto ciò una lapide posta a mezza altezza sulla torre, ad iniziativa del proprietario del tempo, Felix Barbarasa. La torre è tuttora abitata.
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Torre Dionisia
[Siti di interesse storico e archeologico]

  • Johannucci o Di Giovannuccio era il cognome originario, ma poi grazie al ruolo di primaria importanza che Andrea Di Giovannuccio assunse nella seconda metà del XIV secolo a Terni e nello scacchiere variegato dei liberi comuni italiani, al fianco di Johannucci cominciò a comparire anche il nome “De Castello”. Nacque così una delle famiglie più illustri della storia medievale ternana, la famiglia Castelli. Messo da parte Joannuccio, da famiglia potente e poi anche nobile oltreché facoltosa, i Castelli costruirono nelle vicinanze della chiesa di San Lorenzo, un agglomerato di case con un cortile che oggi è, in pratica, la zona prospiciente un’alta torre: la torre dei Castelli, torre Dionisia, che di medievale conserva l’origine essendo stata rimaneggiata nel XVI secolo. L’edificio contiguo ad essa, (ossia la residenza dei Castelli), fu distrutto dai bombardamenti; rimangono però le case sul lato destro di via De Filis, (anch’esse rimaneggiate e ristrutturate più volte) ed una costruzione dirimpetto alla torre da cui svettava una seconda torre. Di quest’ultima rimangono i resti della base vicino all’arco che in origine era un sottopasso che permetteva l’ingresso nel complesso dei Castelli, il quale come suggerivano i tempi, era ovviamente fortificato. D’altra parte la famiglia Castelli svolse un ruolo di primaria importanza nel periodo piuttosto movimentato della storia cittadina, a cavallo del sorgere del XV secolo. Una famiglia di Ghibellini, in prima fila nel dibattito cittadino specialmente con il più deciso e capace dei propri rappresentanti, quell’Andrea Castelli che fu in guerra guerreggiata con signorotti e capitani di ventura che operavano al servizio e per conto del papa. Fino al 1410 durò la fortuna dei Castelli e, con la loro, quella dei Ghibellini che persero il primato con la rottura dell’accordo tra le due famiglie più rappresentative, i Castelli – appunto – e i Camporeali. Fu comunque Braccio da Montone, pochi anni dopo, a determinare la fine dei Castelli: la famiglia fu fisicamente cancellata. Finì in tragedia, sicuramente, ma niente altro si sa per cui il destino successivo di una famiglia che aveva raggiunto la massima potenza cittadina rimane avvolta nel mistero.
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Porta Sant’Angelo
[Siti di interesse storico e archeologico]

  • Porta Sant’Angelo, l’uscita ovest della città medievale, è così chiamata perché a Sant’Angelo era dedicata una chiesa che esisteva a poca distanza e che fu demolita nel 1600. Nelle vicinanze si trovava anche un ospedale, di cui non è rimasta traccia come della chiesa, come è possibile comprendere da una norma contenuta nello “Statutum Interamnae”, la quale stabiliva che tutti coloro che transitavano alla porta Sant’Angelo trasportando legna da ardere dovevano lasciarne una parte all’ospedale di “Santo Angelo”, pagando così una specie di gabella che acquistava il valore della solidarietà. Appare strano al giorno d’oggi che la porta sia stata costruita anche con funzioni di ponte e che al piano di campagna, sottostante quello stradale, si trovi un vecchio molino. Non c’è infatti un corso d’acqua corrispondente. Però, ancora nel XVI secolo tutto intorno alle mura ovest di Terni scorreva il torrente Serra il cui corso è stato successivamente deviato e incanalato verso fiume Nera di cui era già un affluente. Nell’antichità il Serra sfociava, però, nel fiume principale a valle della città che restava racchiusa perciò tra i due fiumi e proprio da questa conformazione orografica prese il nome di Interamna. Un toponimo che chi vede oggi Terni non si spiega facilmente e che invece ha una propria origine ben precisa. Deviato che fu il corso del Serra che oggi confluisce nel Nera ad est dell’abitato, Porta Sant’Angelo non assolveva più al ruolo di ponte, mentre il molino rimase all’asciutto. Da Porta Sant’Angelo, uscendo dall’abitato, si accedeva ad una fonte che serviva tutto il quartiere che sorgeva all’interno delle mura e che era costituito dalla frazione ovest dei due rioni dei Rigoni e degli Amengoni. Percorrendo la strada era possibile raggiungere la Chiesa ed il convento della Madonna del Monumento, presso la quale fu poi realizzato il camposanto di Terni che, come noto, per legge dovette essere individuato in luogo lontano dall’abitato. Dopo un intervento di restauro compiuto sul finire del secolo scorso, Porta Sant’Angelo è stata inglobata in una nuova piazza e al di sotto di essa, anche utilizzando le vestigia dell’antico molino per l’olio, fu realizzato un orto botanico, attualmente in stato di abbandono. Le mura castellane, che da porta Sant’Angelo dipartono a circondare i giardini pubblici della passeggiata, dalla parte opposta sono state abbattute nei primi anni del Novecento, tranne un breve tratto attualmente inglobato in un parcheggio sotterraneo.
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Porta Spoletina
[Siti di interesse storico e archeologico]

  • Attraverso porta Spoletina la strada consolare Flaminia, uscendo da Terni che traversava nella direzione sud-ovest nord-est dirigeva verso il monte della Somma e, appunto, Spoleto. Era una delle porte principali della città realizzata in occasione dell’ampliamento della cinta muraria nel medioevo. Luogo fortificato, è anche chiamata Porta dei Tre monumenti in memoria dei cenotafi, che una diffusa tradizione popolare attribuisce ai Tacito: lo storico Cornelio e gli Imperatori Marco Claudio e Floriano Tacito. Non molto lontano dalla Porta furono anche ritrovati i ruderi di un grande arco di trionfo che sembra fosse dedicato a gloria dell’imperatore Domiziano, ma tutte le vestigia esistenti appena al di fuori della cinta muraria sono andate perse definitivamente in occasione della costruzione in quel luogo della fabbrica meccanica “Bosco”, negli anni a cavallo dello scoccare del XX secolo, i cui capannoni sono stati di recente recuperati (dopo che negli anni Ottanta la fabbrica si è trasferita all’area industriale) e sono ora utilizzati quale sede del Videocentro ternano. A poca distanza dall’arco di Porta Spoletina, all’interno delle mura resta un antico molino, uno delle tante macine d’olio che era alimentata dai canali che percorrevano in una rete piuttosto fitta ed estesa tutto il territorio intorno alla città. Appena al di là della porta, lungo la Flaminia sorgeva la chiesa dedicata alla Madonna della Misericordia: lì s’era fermato Papa Clemente VII per dire le orazioni mentre era in viaggio per Ferrara, lasciando in elemosina cento scudi. Sul colle prospiciente sorgeva invece la chiesa di Santa Giusta ed ancora più in alto l’Eremita detta “Vecchia”, occupata dai frati cappuccini. Su tutte le altre sovrastava la chiesa parrocchiale di San Bartolomeo seguita, sul ciglio del monte in direzione della Somma, dalla chiesa della Concezione e da quella di San Zenone, che si trovava a poca distanza dalla Rocca omonima. Essendo il primo baluardo per gli eserciti invasori che percorrevano la Flaminia verso Roma, Porta Spoletina è stata di continuo sottoposta ad attacchi. Uno dei più disastrosi per le strutture della porta fu quello dell’esercito di Braccio da Montone che nei primi anni del 1400 bruciò la porta e, ad onta dei ternani, si portò via il grande catenaccio di ferro quale trofeo di guerra.
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Sito archeologico di Carsulae
[Siti di interesse storico e archeologico]

  • Carsulae è nata, probabilmente, con la consolare Flaminia che l’attraversava per tutta la sua lunghezza. O fondata ex novo o cresciuta per l’agglomerarsi delle popolazioni che abitavano nei dintorni in preesistenze di cui restano testimonianze specie sul monte di Sant’Erasmo. Certo è che durante l’età imperiale romana fu una grande città come dimostrano la ricchezza delle epigrafi, la dimensione delle costruzioni pubbliche, dal foro all’anfiteatro, dal teatro alle terme, al grande arco di San Damiano che ne segnava l’uscita nord. Gran parte dei resti sono ancora da riportare alla luce, anche se gli scavi a Carsulae sono cominciati già nel XVII secolo. Misteriosa resta la causa della celere decadenza della città. Non sono da scartare alcune ipotesi: dall’instabilità del terreno, a causa della dolina nella zona occidentale della città, alla distruzione cruenta da parte di qualche esercito. Una città avvolta nell’alone di un mistero, soprattutto per la sua fine improvvisa: il massimo splendore lo raggiunse nel I e II secolo d.C., ma già nel III sono pochissimi i dati documentari che fanno riferimento a Carsulae, la quale finisce di essere nominata nel IV secolo. Gli interrogativi attorno ad una fine così repentina hanno lasciato lo spazio alle più varie congetture, anche relativamente al ruolo svolto da questa città che acquistò ricchezza ed importanza con la penetrazione cristiana in Umbria, ma subito dopo decadde irrimediabilmente. Centro di passaggio, che si dotò di grandi terme, di una basilica, di un foro monumentale; destinò una vasta area all’uso ludico realizzandovi un anfiteatro con un asse maggiore di quasi novanta metri, ed un teatro; e nella zona del foro costruì due templi gemelli, i “Gemini”, una presenza che ha dato origine a teorie affascinanti seppure appaiano forzate, secondo le quali Carsulae fu un importante centro religioso Celtico, motivo per cui sarebbe stata dannata alla sparizione dalla sopravanzante religione cristiana. Nel medioevo, su preesistenze romane, è stata edificata la chiesa di San Damiano, ciò che rimane di due conventi anch’essi diruti e le cui vestigia hanno seguito quelle di Carsulae, divenuta una cava di pietre già squadrate riusate per nuove costruzioni nelle zone circostanti e a Palazzo Cesi ad Acquasparta. Il Centro Visita e Documentazione “U. Ciotti” e l’esposizione allestita all’interno dell’area ospitano una selezione di reperti rappresentativi della cultura materiale e della produzione artistica: ceramiche, vetri, lucerne, sculture di marmo (il ritratto dell’Imperatore Claudio e la statua di Dionisio) sarcofagi di pietra locale e di piombo, terrecotte architettoniche.
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Ponte del Toro
[Siti di interesse storico e archeologico]

  • Si chiama Ponte del Toro, perché si è sempre ritenuto che quell’arcata a due passi dalla Cascata delle Marmore fosse il rudere di un’opera più grande, appunto un ponte realizzato in epoca romana. Invece pur se la tecnica costruttiva è la stessa dei ponti romani, si tratta di un’opera di regimentazione idraulica. Lo si è accertato nel corso in una recente opera di restauro e di riscoperta di un manufatto che per secoli è rimasto coperto da terriccio e rovi. Fu individuato all’inizio del XIX secolo nel corso della costruzione dell’opera di presa di uno dei tanti canali che portavano acqua a Terni. Nelle vicinanze, dalla parte opposta rispetto al corso del Nera, tornò alla luce anche un insediamento preistorico. A permettere di comprendere con maggiore esattezza quale fosse la vera funzione della costruzione è stata la ricerca delle sue parti mancanti ed uno studio finalmente compiuto su di esso. Il manufatto non è abbastanza largo per essere compatibile con una strada: i circa due metri non avrebbero consentito il transito dei carri, senza contare che, oltretutto, il suo lato a monte finisce contro lo sperone di roccia. Si tratta comunque di un’opera monumentale, costruita utilizzando grandi blocchi di pietra sponga, la stessa pietra che ha rapidamente ostruito in modo parziale ma consistente la luce dell’arco. La pietra sponga è un tipo particolare di travertino che si forma in tempi rapidi mediante la calcificazione di foglie e detriti organici. Resta da individuare la funzione di quell’opera idraulica. Secondo alcune ipotesi essa costituiva uno sbarramento che regolava il deflusso delle acque del Nera e del lago che s’era formato a monte anche in conseguenza della realizzazione della Cascata delle Marmore. Però non risulta che all’epoca in cui Ponte del Toro fu costruito, nel periodo dei due secoli a cavallo della nascita di Cristo, esistesse un lago nella bassa Valnerina, quasi alle porte di Terni. L’ipotesi al momento accreditata è, quindi, che servisse a contenere e a regolare il deflusso delle acque che dal pianoro di Marmore (e in epoca antecedente alla realizzazione della stupefacente opera idraulica che è la Cascata) precipitavano nel fiume Nera percorrendo un canalone naturale lungo il ripido fianco della montagna a sbalzo sulla vallata. Un canalone che è tutt’oggi percepibile in mezzo alla vegetazione, sulla sinistra del Ponte del Toro (la destra per chi è ad esso di fronte) e che scendendo s’indirizza proprio in quel punto in cui l’opera è stata costruita.
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Biblioteca Comunale
[Siti di interesse culturale]

  • Per secoli è stato il palazzo del potere, oggi ospita la Bibliomediateca di Terni, sede di iniziative culturali oltre che di raccolta e consultazione di testi e supporti multimediali. Il palazzo è stato costruito agli inizi del XIV secolo sulla piazza principale della città, la Platea Columnarum, poi piazza Maggiore (attuale Piazza della Repubblica). Il luogo di raccolta, l’agorà, dove si innalzò la colonna frumentaria e ancor oggi teatro principale della vita politico-amministrativa cittadina. Il Palazzo, attraverso le lapidi che vi sono apposte sia sulla facciata che all’interno, da solo racconta una gran parte della storia cittadina a far data dalla sua destinazione a municipio. Si va dalla celebrazione del Re Vittorio Emanuele, a quella di Garibaldi; al ricordo di uomini illustri, a fatti dolorosi o di trionfo che hanno coinvolto la città. Nel 1293 il Comune di Terni costruì il palazzo che aveva deciso fosse destinato al Governatore utilizzando le strutture di case preesistenti acquistate all’’uopo. Un fabbricato tipicamente trecentesco, dalle strutture possenti di cui rimane solo qualche esempio nell’ex sala XX Settembre, oggi “Caffè letterario” della Bibliomediateca. Della struttura originaria non esistono alte testimonianze, né esiste una qualche pianta che fornisca una qualche indicazione su come fosse. Ciò è dovuto in massima parte al fatto che col passare dei secoli il palazzo del Governatore ha subito una serie numerosa di rimaneggiamenti e restauri iniziati già nel XV secolo e dettati dalla necessità di adattarlo alle esigenze che mutavano insieme col ruolo pubblico dell’inquilino. Dopo il governatore quelle sale hanno ospitato podestà, e successivamente, per lungo tempo, i rappresentanti del potere papale. Vescovi, legati e amministratori pontifici lo hanno utilizzato per tutte le esigenze tipiche di una sede decentrata di governo. Nei suoi sotterranei ha anche ospitato il carcere. Un palazzo –così lo descrive lo storico Francesco Angeloni nel XVII secolo – “di doppi appartamenti con antiche e moderne pitture e più armi di Pontefici, di cardinali e governatori, lavorate in fresco e in stucco”. Vi “dimorano i prelati che la città per santa Chiesa hanno in cura; comprendendovisi le carceri e una gran torre con sue campane e orologio di Comune”. Nel 1872, finito il potere temporale dei papi, il palazzo fu destinato a sede del municipio e subì il più incisivo rimaneggiamento della sua luna storia, in pratica una seconda costruzione. Anche la facciata principale divenne non già quella sulla piazza principale, ma quella opposta, che dà sull’odierna piazza Solferino. Con l’avvento del Regno d’Italia il palazzo passò al potere municipale, un ritorno alle origini, in una qualche maniera. È stato quindi sede del sindaco, quindi del podestà in epoca fascista, e poi delle strutture comunali dell’era repubblicana. Fino a quando alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, il municipio si è trasferito e, il palazzo, che nel frattempo era stato di nuovo oggetto di rimaneggiamenti a causa dei danni subiti per i bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu destinato a sede della biblioteca. L’ultimo, profondo restauro si è avuto dieci anni dopo questa decisione. E’ stata nell’occasione ricostruita la torre che era stata distrutta dalle bombe. La precedente classica torre campanaria che terminava con una cornice merlata, è stata sostituita dalla moderna struttura di vetro e marmo che rappresenta, stilizzata, la Cascata delle Marmore.
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