LA CASCATA NEL RISORGIMENTO. UN VIAGGIO FONDAMENTALE PER MASSIMO D’AZEGLIO
Pubblicata il 11 Aprile 2018
LA CASCATA NEL RISORGIMENTO. UN VIAGGIO FONDAMENTALE PER MASSIMO D’AZEGLIO

Massimo Taparelli, marchese d'Azeglio (Torino 1798-1866) ebbe come noto un ruolo importante nella vita politica del suo tempo (primo ministro del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852), diventando però ancora più celebre come scrittore di romanzi storici: fama immortale gli diede l’Ettore Fieramosca, o la disfida di Barletta (pubblicato nel 1833), il quale ottenne immediatamente un grandissimo successo editoriale.

Aspetto invece meno noto ai più riguarda il suo legame con il mondo dell’arte figurativa: infatti d’Azeglio fu anche un notevole pittore di soggetti storici e di paesaggi, nonché intimo di grandi artisti suoi contemporanei come Francesco Hayez che eseguì un suo ritratto in tarda età. Proprio in questo periodo è in mostra un suo superbo ritratto giovanile attribuito a Giuseppe Molteni [FIG. 1], acquisito dalla Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino. Della sua predilezione per la pittura paesaggistica parlò egli stesso nella sua autobiografia, pubblicata postuma: “quando tutto dovrebbe spirare indipendenza, azione spontanea, libera ed originale iniziativa, la mia povera arte del paesista ha da essere servile piaggiatrice, copia di copia di una natura che non è la sua e che ne è lontana le mille miglia” (Massimo d'Azeglio, I mei ricordi, 1867).

Malgrado, dunque, si sentisse incapace per difetto assoluto di cogliere e riprodurre la bellezza del mondo naturale, d’Azeglio si cimentò ripetutamente in quest’esercizio rappresentativo, com’è splendidamente testimoniato dai disegni e dai bozzetti conservati presso il Gabinetto dei disegni e delle stampe della già citata GAM di Torino. Questi studi preparatori, presi dal vero, erano indispensabili fonti d’ispirazione per i paesaggi di sfondo nei quali ambientare episodi di soggetto storico e romanzesco. Ad esempio nel dipinto La morte del conte Josselin di Montmorency presso Tolemaide in Palestina (1825), si nota come il paesaggio sia un elemento preponderante nell’economia compositiva della scena [FIG. 2].

In particolare, spicca la presenza di una cascata, certamente immaginifica, soprattutto se si tiene conto dell’ambientazione geografica mediorientale. Certo il d’Azeglio avrà tratto ispirazione per la cascata non da un viaggio in Terra Santa, bensì da altri luoghi da egli realmente visitati. Possiamo affermare con certezza che l’ispirazione per questa cascata gli sia stata fornita dalla visione della Cascata delle Marmore, dal momento che è stato rintracciato qualche giorno fa presso una storica struttura alberghiera romana, un acquerello firmato dall’artista piemontese che raffigura, senz’ombra di dubbio, la caduta del Velino nel fiume Nera ripresa dal basso, dall’altezza dell’odierno piazzale Byron. Un acquerello di esecuzione rapida, dal tratto guizzante, ma tutto sommato tanto preciso e dettagliato da rendere l’identificazione con la cascata umbra davvero inequivocabile. Quest’acquerello è qui pubblicato per la prima volta in assoluto [FIG. 3], come un’esclusiva che speriamo sia apprezzata dagli amanti della pittura di paesaggio e non soltanto dagli appassionati di storia locale.

Quando sia stato eseguito però, è difficile stabilirlo. Il marchese viaggiò più volte dalla sua Torino in direzione di Roma e in occasione di tali viaggi colse l’occasione per visitare l’entroterra laziale e umbro numerose volte, come testimoniano sia le sue memorie autobiografiche sia il suo epistolario dove più volte è menzionata Terni. Certamente però l’ipotesi più affascinante è quella che si tratti di un’opera giovanile, testimonianza di un viaggio segnante per la formazione artistica del d’Azeglio e in qualche modo determinante per tutti i successivi sviluppi della sua multiforme personalità. È questa l’ipotesi che in definitiva suggerisco ai lettori, affinché sia da sprono per i ricercatori, sempre più numerosi, che oramai si occupano della fortuna iconografica del territorio dell’Umbria meridionale. Bisogna proseguire le ricerche, perché esse non sembrano destinate ad esaurirsi in tempi brevi, come gli altri articoli pubblicati in questa rubrica ci paiono dimostrare in maniera inequivocabile.

Nel piccolo e introvabile catalogo dell'esposizione intitolata Massimo d’Azeglio pittore (Castello di Costigliole d'Asti, aprile - giugno 1998) si legge infatti che “Massimo d'Azeglio aveva esordito nel 1820 a Torino nell'esposizione di pittura e di scultura tenutasi nel Palazzo dell'Università, il cui catalogo al n. 171 cita: Tapparelli d'Azeglio, Cavalier Massimo / Cascatella della Nera nella macchia di Terni, su tela". In sostanza, l’opera con cui d’Azeglio, a 22 anni, aveva debuttato ufficialmente come pittore era un dipinto -purtroppo non rintracciato sin qui- dedicato incredibilmente proprio alla nostra amata cascata. Un pendant di dipinti, in collezione privata, esposti nella circostanza della mostra di Costigliole d’Asti, raffiguranti un Paesaggio lacustre e un Paesaggio fluviale sono stati poi messi ipoteticamente in relazione con quello della Cascata delle Marmore, raffigurando verosimilmente il fiume Nera e il lago di Piediluco.

Sarà opportuno ricordare inoltre il particolare legame di amicizia stretto fra d’Azeglio e il romagnolo Giambattista Bassi. Infatti nello stesso fatidico anno 1820, il pittore di origine ravennate eseguiva a Roma, su commissione di una nobildonna inglese, Lady Bentinck, una tela intitolata Cascata delle Marmore presso Terni, riapparsa da poco sul mercato antiquario e acquistata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni nel 2013 [FIG. 4]. Questa tela costituiva il primo saggio della sua celebrata abilità nel riprodurre mimeticamente gli effetti delle cadute d’acqua. E infatti proprio d’Azeglio testimoniò anni dopo come Bassi fosse diventato famoso eseguendo il soggetto marmorese in numerose versioni. Il dipinto, firmato e datato, è solo una delle più di 60 rappresentazioni della cascata delle Marmore realizzate da Bassi, ad attestare la straordinaria fortuna figurativa di questo luogo e a soddisfare le richieste di un mercato turistico che lo annoverava fra le tappe imprescindibili del viaggio in Italia. Questi quadri di Bassi, tra l’altro, furono talmente ammirati dai contemporanei da venire perfino celebrati nei versi di un sonetto del poeta reatino Angelo Maria Ricci, composti mentre Bassi dipingeva:

Bassi, pingesti la dirotta balza

e il Velin che lasciato all’onde il freno

disdegnoso precipita trabalza

per aver pace della Nera in seno:

l’onda che l’onda vorticosa incalza

né per volger di tempo unqua vien meno

il bianco spruzzo che or s’adima or s’alza

il circoscritto azzurro e il ciel sereno.

Un Re, cui l’Etna ed il Vesuvio onora

or pingi ospite Nume in quelle sponde,

ch’io di quel giorno mi ricordo ancora;

e a quell’aspetto (poiché al sol risponde)

l’iride stessa tornerà talora

ne’ tuoi colori a coronar quell’onde

(Angelo Maria Ricci, “Al celebre pittore Sig. Cav. Bassi mentre pingea con meraviglioso incanto la caduta delle Marmore o sia del Velino onorata già nello scorso luglio dalla presenza di S. M. Ferdinando II Re delle due Sicilie”, 1833).

Numerose opere anonime con il soggetto ternano sono transitate negli ultimi anni in gallerie e antiquari, e viene allora da chiedersi se tra una di queste non si possa riconoscere il pennello, meno virtuoso ma altrettanto realistico, di d’Azeglio [FIG. 5]. Ne deriva comunque, in definitiva, che l’incontro di d’Azeglio con la meraviglia naturale umbra non fu affatto casuale, e forse proprio da quel primissimo incontro ne sarebbe discesa l’idea stessa di maggiore successo nella vita di d’Azeglio: quella della Disfida di Barletta. Potrebbe essere accaduto infatti che, nel corso di un giovanile soggiorno a Terni, certamente precedente al 1820 -anno dell’esposizione del dipinto riproducente la cascata- d’Azeglio abbia appreso notizie riguardanti Ludovico Aminale.

Aminale, per chi non lo sapesse, è stato uno dei tredici cavalieri che parteciparono alla Disfida di Barletta, nel 1503, sfidando altrettanti cavalieri francesi. Secondo la tradizione locale egli sarebbe nato nel 1477, in Via dell'Arringo, dove botteghe di falegnami, fabbri e carpentieri erano frequentissime. Infatti Ludovico avrebbe dovuto apprendere il mestiere di falegname nella bottega paterna, ma passò invece la giovinezza con uno zio, scudiero degli Orsini, e crebbe nella passione per le armi e dei cavalli, avviandosi alla carriera di soldato di ventura. Proprio nel quartiere dove trascorse l’infanzia, la strada parallela a Via dell’Arringo è stata ad egli intitolata. E chissà che d’Azeglio, prima di giungere in prossimità della Cascata, non abbia pernottato a Terni in qualche locanda dalle parti del Duomo, e sebbene allora Via Aminale non si chiamasse ancora così, è probabile che qualche cicerone del posto gli abbia proprio indicato la via dove, per l’appunto, si riteneva fosse nato e cresciuto uno dei tredici eroi che in Puglia avevano respinto, per amor di patria, l’invasore straniero.

Per un ragazzo che allora poteva solo che anelare utopicamente al ritorno di eroi leggendari in grado di condurre il paese all’indipendenza, un racconto del genere suscitò, chissà, così tanto interesse che non avrebbe mai più potuto dimenticare né il nome e la storia di Aminale né la superlativa bellezza ammirata poco lontano dal centro cittadino.

* Ringrazio vivamente il sig. Emanuele Salvati di Terni, appassionato di storia locale, per avermi segnalato l’esistenza dell’acquerello di d’Azeglio qui pubblicato per la prima volta, da egli identificato presso un hotel di Roma, sul quale torneremo a fare indagini più approfondite. Colgo pure l’occasione per ricordare, a un anno dalla sua prematura scomparsa, il comune amico Giuliano Felici, che vorremmo tanto avere ancora con noi, per fotografare e riprendere opere d’arte e paesaggi con il suo sguardo formidabile, capace di intercettare la bellezza e proprio per questo, di non riuscire a vivere più nel timore di perderla.

Saverio Ricci

Storico dell’arte e guida turistica dell’Umbria

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