VIAGGIATORI NEL TEMPO #6_ La cascata riscoperta
Pubblicata il 14 Ottobre 2017

In un affresco cinquentesco conservato in una chiesa sconsacrata di Spoleto è possibile identificare una veduta antica della Cascata e soprattutto, per la prima volta, della palude formata dal fiume Velino. Incredibilmente, il paesaggio di allora non è molto differente da quello che si ammira ancora oggi.

La ex chiesa di San Lorenzo, attualmente denominata Sala Pegasus, è situata a Spoleto lungo via delle Terme, davanti al palazzo Rosari-Spada. È una piccola chiesa sconsacrata che fino al 1825 ha svolto funzione ecclesiastica. Nel 1972 alcuni interventi di restauro e di consolidamento strutturale hanno permesso di trasformarla in sede di mostre, piccoli convegni ed avvenimenti culturali della città. Era dedicata a san Lorenzo Illuminatore, monaco siriano, vescovo e martire locale morto nel 576, giunto a Spoleto forse al seguito di Isacco e Brizio per fuggire alle persecuzioni. È detto "illuminatore" per i miracoli, relativi alle guarigioni dalla cecità, che la tradizione gli attribuisce.

È documentata nelle carte dell'abbazia di Sassovivo come chiesa ad essa dipendente a partire dal 1138. Divenuta poi chiesa parrocchiale in epoca imprecisata, venne soppressa dal papa spoletino Leone XII nel 1825 e unificata alla chiesa di San Domenico, all'epoca chiamata chiesa del Salvatore. Agli inizi del Novecento la chiesa, la sacrestia e la casa parrocchiale versavano in totale stato d'abbandono, rifugio per i senzatetto. Dagli anni cinquanta in poi non è stata più officiata ma utilizzata come deposito e rivendita di carbone.

È stato quindi con grande sorpresa che entrando al suo interno ho scoperto un affresco che raffigurava il paesaggio del Lago di Piediluco e della Cascata delle Marmore così come si presentava nell'ultimo scorcio del XVI secolo. Infatti, a metà della parete laterale destra si trova, in perfetto stato di conservazione, un affresco raffigurante la Madonna con Gesù Bambino in gloria, tra due angeli recanti mazzi di rose (da cui il titolo convenzionale di Vergine delle rose) e i Santi Giovanni Battista e Antonio da Padova in adorazione.

Sulla finta mensola marmorea in basso, dipinta a imitazione di un altare, compare un'iscrizione in parte illegibile: "... MAMIL(...) DE SPO(LETO) EX SUI DEVOTIONE HOC OPUS FE(CIT) 1592" (Mamiliano o Mamiliani di Spoleto per sua devozione, questo lavoro fece nell'anno 1592). Purtroppo la lacuna nella prima parte dell'iscrizione non ci consente di sapere se il personaggio di cui si è ricostruito ipoteticamente il nome sia da considerare il committente oppure l'artista, autore del dipinto. Tuttavia si può ipotizzare perlomeno l'appartenenza alla famiglia Mamiliani, cognome assai diffuso all'epoca a Spoleto: sono documentati notai, esattori e perfino il capomastro che diresse i lavori di restauro della Cattedrale spoletina all'epoca in cui era vescovo della città Maffeo Barberini, il futuro papa Urbano VIII).

In ogni caso, la datazione dell'opera è certa e la presenza sullo sfondo di un paesaggio lacustre di forma irregolare (stretta e allungata in più direzioni da assumere la caratteristica forma a X), sulla cui riva si adagia un borgo turrito circondato da rilievi montuosi, sembra proprio potersi ricollegare alla particolare fisionomia del Lado di Piediluco, che è ciò che resta dello scomparso Lacus Velinus, prosciugato in gran parte grazie alla bonifica della piana reatina compiuta da Curio Dentato nel 271 a.C. Le analogie di questa rappresentazione con quella che compare nella cosiddetta Sala delle Vedute del Palazzo Vescovile di Terni (prima metà del XVII secolo) e ancor più con la mappa intitolata Cadatupa Velini (pubblicata all'interno del volume Specula Physico-Mathematico-Historica nel 1696), sono evidenti. In tutti e tre i casi il lago è, in buona sostanza, più ricco d'acqua e il borgo riconoscibile per la presenza diffusa di torri.

Ma ciò che colpisce di più, dando per buona l'ipotesi che identifica il lago, è la promiscuità tra il lago, il fiume Velino e il punto di caduta della Cascata delle Marmore, che sono raffigurati come un tutt'uno, senza soluzione di continuità. Un unico immenso bacino idrografico nel quale non esistono confini netti e ben delineati tra lo specchio lacustre, il corso fluviale e la cataratta

Si può però constatare, in maniera ancora più precisa e puntuale, che l'orografia della rupe di Marmore e la fisionomia della cascata è davvero assai somigliante a quella odierna. Sono infatti perfettamente riconoscibili la cima del monte Mazzelvetta, sulla riva destra del fiume (nell'affresco sul lato sinistro, dove praticamente poggia i piedi San Giovanni Battista) e lo sperone roccioso dall'altra parte (a fianco del quale poggia i piedi San'Antonio da Padova), sulla vetta del quale fu eretta, nel 1781, la torre-osservatorio denominata Specola di Pio VI.

La strettoia da dove l'acqua precipita è verosimilmente il canale Gregoriano o Reatino: sappiamo infatti con certezza che si ebbero interventi su questo emissario ai tempi del pontificato di Gregorio XIII (1572-1585) mentre al di sotto è riconoscibile perfettamente il catino sovrastante il secondo salto (il cosiddetto "ventaglio") e ancora più in basso il terzo e ultimo dislivello, completamente sommerso dall'acqua, tramite cui il Velino si riversava in toto nell'alveo del Nera. Il Velino precipitava nel sottostante Nera con tanta for­za da ostacolare il deflusso delle sue ac­que facendole straripare per oltre 7 chi­lometri, risalendo perfino controcorrente e allagando i limitrofi paesi della la Valnerina.

Quest'aspetto era destinato a cambiare di lì a poco, in virtù dei lavori di restauro del canale Curiano. Infatti soltanto 4 anni dopo la realizzazione di quest'affresco, nel 1596, i reatini proposero la riattivazione dell’antico canale scavato in epoca romana. Il papa allora sul trono, Clemente VII, affidò l’opera all'architetto Giovanni Fontana il quale lo rese più profondo, ne aumentò la pen­denza, ne rettificò il percorso e costruì un Ponte Regolatore (che è ben visibile anche in un'altra mappa del 1697, opera di Philipp Cluver), che consentiva il passaggio solo di una determi­nata quantità d’acqua. Il nuovo canale, denominato Clementino ed inaugurato nel 1601, risolse il proble­ma principale, ovvero l’impaludamento della pia­na reatina, di cui si ha un'evidentissima testimonianza figurativa proprio in quest'affresco, che si rivela di importanza straordinaria a fini documentari.

Infatti, per la prima volta un'opera d'arte antica (mentre nella cartografia è attestata varie volte) è raffigurata la palude soprastante la rupe di Marmore, di cui al giorno d'oggi non resta più alcuna traccia se non negli avvallamenti di origine alluvionale che caratterizzano morfologicamente il territorio marmorese. Inoltre l'affresco ci mostra come la cascata non avesse sembianze tanto diverse da quelle attuali: in buona sostanza nonostante l'acqua ristagnasse per un largo tratto dell'altopiano reatino, la caduta non mostrava una portata ridotta, come si potrebbe essere indotti a credere guardando le vedute realizzate da Giovanni di Pietro, detto lo Spagna, a Eggi, vicino Spoleto (1532) e soprattutto il disegno firmato da Leonardo da Vinci nel 1473, conservato agli Uffizi di Firenze. D'altronde, anche il noto affresco inserito nella decorazione della Galleria delle Carte Geografiche nei Palazzi Vaticani, realizzato su disegno del geografo perugino Ignazio Danti (1580-85 circa) ci mostra una cascata con una portata d'acqua incredibilmente copiosa, coerentemente con quanto appare nell'affresco spoletino datato al 1592.

Tale nuova identificazione apre dunque scenari interessanti di ricerca, di cui tornernò a scrivere prossimamente sempre su questa rubrica.

Saverio Ricci

Storico dell'arte e guida turistica

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