Eventi & News

Chiusura sentiero 1
16 Dicembre 2017

  • Si comunica ai gentili turisti che il sentiero 1 rimarrà momentaneamente chiuso. Ci scusiamo per il disagio.
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Il travertino di Marmore e la sua fama millenaria
07 Dicembre 2017

  • Il travertino di Marmore e la sua fama millenaria: dalla Naturalis Historia di Plinio alle Vite del Vasari “In exitu paludis Reatinae saxum crescere”, ovvero “Dove finisce la palude Reatina cresce la pietra”, lasciò scritto Plinio il Vecchio, insigne naturalista dell’antichità, autore della monumentale Naturalis Historia. Per capire la sua affermazione bisogna sapere che Plinio era un geologo ante litteram, animato da così tanta curiosità che morì intossicato dai fumi del Vesuvio durante la celeberrima eruzione del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano; attratto dallo straordinario fenomeno, Plinio decise infatti di avvicinarsi in barca alla zona interessata per poter osservare meglio l’eruzione e passò la notte a Stabia nella villa di un amico, dove però trovò la morte a causa dei gas irrespirabili. La pietra di cui scrisse Plinio, che egli aveva bene inteso formarsi spontaneamente attraverso un processo di precipitazione di carbonato di calcio (calcare), di cui è ricca l’acqua del Velino, sarebbe stata tuttavia confusa, dagli abitanti del luogo, con il marmo. È quindi proprio a causa di quest’errore storico che la Cascata deve il toponimo con il quale è diventata famosa in tutto il mondo. Il nome stesso della zona, o meglio della rupe calcarea da cui il fiume Velino precipita, deriva pertanto dal latino Marmor e infatti Marmore dev’essere inteso come caso locativo del sostantivo da cui deriva, equivalente nell’italiano contemporaneo al complemento di stato in luogo. In definitiva, è traducibile letteralmente come “presso il marmo”. Per molti secoli, pertanto, la Cascata venne di fatto identificata in quanto vicina alle cave di travertino. Le quali, conseguentemente, dovevano essere altrettanto famose, se non di più, della cascata stessa. Ma vediamo di capire meglio le peculiarità di questa pietra: si tratta di un travertino litoide, caratterizzato da una consistenza spugnosa e da ampie vacuolarità; da qui l’altro termine con cui è noto localmente, ovvero pietra sponga, dal latino Spongia=Spugna. Molto usata fin dall’antichità sia a Terni che Rieti, ovvero i due principali centri abitati più vicini alla Cascata, la pietra calcarea di Marmore ha trovato amplissimo impiego come materiale da costruzione fino agli anni Settanta del XX secolo, ad esempio nei numerosi edifici progettati dall’architetto romano, ma ternano d’adozione, Mario Ridolfi. Questo tipo particolare di travertino era molto apprezzata da Ridolfi, essendo una pietra leggera e di agevole lavorabilità appena estratta, ma che al contrario acquista indurimento e compattezza con l’esposizione all’aria. Per questi motivi è ipotizzabile che non appena il ciglione del pianoro marmorese, che era continuamente sommerso dall’acqua stagnante del Velino, venne liberato, gli antichi dovettero iniziare a estrarne blocchi da costruzione, ammirandone la durezza e il colore bianco. Caratteristiche riconosciute da molti studiosi; questa ad esempio è la descrizione che ne fece l’erudito locale Luovico Silvestri: “Tutto il piano delle Marmore è formato da coteste concrezioni calcaree, tartarose, stalattitiche, alabastrine, le quali danno un eccellente materiale per fabbriche, poroso, leggero, facile a tagliarsi ed a ridursi a quella foggia migliore che piaccia, appena estratto dalla cava, ma al contatto dell’aria riceve durezza lapidea e di massima solidità” (Memorie storiche di Terni, Rieti, 1856). I monumenti dell’antica Interamna Nahars (il nome del municipio ternano di età romana) risultano impiegare massicciamente il travertino di Marmore, segno evidente dello sfruttamento intensivo delle cave a partire fin dal III sec. a.C. Grandi blocchi di forma grezza e irregolare sono facilmente riconoscibili nel tessuto murario di Ponte detto del Toro, vicino alla Cascata, e nell’ampio tratto delle Mura cittadine che ancora si erge in quella strada che un tempo giustamente recava il nome di Via delle Mura (titolazione che l’ufficio toponomastico ha cancellato senza motivo), tra piazza Briccialdi e l’ingresso al Parco “Gianfranco Ciaurro”. Senza considerare che altri tratti visibili sono inglobati nelle Mura medievali che dall’ingresso del parco proseguono fino a Viale della Rinascita: alcuni blocchi recano ancora incisi i marchi di cava, tra i quali certamente quella che estraeva la pregiata pietra sponga sul pianoro di Marmore. Un paio di secoli dopo, si ritrova adoperata la medesima pietra sponga, ma in forma più raffinata, per ricavare i quadrelli (cubilia) che compongono la cortina in opus reticulatum dell’Anfiteatro Romano, così come per il paramento esterno del Teatro (tecnica muraria ancora evidente nei resti superstiti, oggi purtroppo degradatissimi, situati in Via del Pozzo). Nel Medioevo, poi, la pietra marmorese, essendo estratta in loco e non obbligando dunque a costi dispendiosi per l’acquisto e il trasporto, era l’unico materiale da costruzione a cui si poteva fare ricorso in città e nei suoi immediati dintorni. La ritroviamo pertanto in tutti gli edifici di culto di fondazione medievale (le chiese ternane di San Salvatore, San Pietro, San Lorenzo, San Tommaso, San Cristoforo, San Francesco, San Marco, Sant’Alò, il monastero di San Benedetto in Fundis vicino Stroncone, la pieve di Santo Stefano nei pressi di Collescipoli, il Santuario di San Francesco a Piediluco, l’Abbazia di San Nicolò a San Gemini, ecc.) nonché nell’edilizia civile (le mura medievali, le case-torri, i palazzi più antichi del centro storico). Insomma, tutte le grandi opere, dai secoli della dominazione romana sino alla fine del Quattrocento, sono state realizzabili solo grazie ai ricchi giacimenti di pietra sponga distribuiti sia sulla rupe di Marmore che a valle. Esistevano infatti diverse cave, fra le quali una è ancora perfettamente riconoscibile in prossimità del Belvedere Superiore, lungo il Sentiero 5 dell’area turistico-escursionistica. Un’altra miniera lapidea di analoga origine per precipitazione calcarea è ricordata dalle fonti nelle cavità naturali che circondano Cesi, dove lo scrittore tedesco Johann Jacob Volkmann ammirò “gocce solidificate che per la loro chiarezza assomigliavano al cristallo” (Notizie storico-critiche dell'Italia, 1770-71). Per antonomasia inoltre, anche le rocce calcaree utilizzate nella Valnerina settentrionale, ad esempio quelle utilizzate per la costruzione dell’Abbazia di Sant’Eutizio a Preci, sono denominate dagli storici dell’architettura pietre sponghe. Per secoli è stato in uso anche un altro vocabolo, ormai desueto, ovvero “tartaro”: viene così definito in natura la risultante della cristallizzazione del calcare sugli organismi vegetali come muschi e licheni che crescono in ambienti molto umili, quali laghi, paludi e cascate per l’appunto. Illustrò con parole splendide l’esito di quest’azione del calcare un celebre letterato francese, il marchese de Sade: “ Si attribuisce all’acqua del Velino la capacità di pietrificare. Io lo credo, considerando la qualità delle pietre vermicolate che si vedono nella zona. Strappai alcune radici, e anch’esse mi parvero coperte da una sorta di tartaro di pietrificazione […]. Ai piedi della scala costruita per permettere di osservare la cascata di fronte, è stato praticato un buco nella roccia, attraverso il quale si scorgono in gran numero le radici degli alberi che la ricoprono, e che sono tutte pietrificate. Più in basso c’è un’altra specie di grotta, interamente formata dalle pietrificazioni delle radici degli alberi che coronano la montagna. Vi si distinguono a meraviglia le foglie completamente pietrificate. Bisogna osservare che a causa della pioggia ininterrotta formata dalla nube di vapore, le foglie degli alberi più vicini hanno un colore biancastro assai simile a quello delle foglie interamente pietrificate. Non si deve mancare di osservare questo fenomeno” (Viaggio in Italia, 1775-76). Ritornando all’uso della pietra sponga nella storia, constatiamo che nel Cinquecento la fama del travertino di Marmore valicò i ristretti confini locali. Possiamo datare con esattezza questo storico traguardo, conoscendo infatti il giorno preciso in cui il celebre architetto fiorentino Antonio da Sangallo il Giovane (autore di edifici straordinari come Palazzo Farnese a Roma, Forte Michelangelo a Civitavecchia, il Pozzo di San Patrizio a Orvieto, la Rocca Paolina a Perugia), accettò l’incarico di Papa Paolo III Farnese che gli ordinava la costruzione di un nuovo emissario del fiume Velino, più profondo dell’allora in funzione Canale Reatino, per migliorare il deflusso delle acque ristagnanti nel sottostante fiume Nera. L’11 dicembre 1545 Sangallo era a Marmore per l’inizio dei lavori, e pochi mesi dopo inviò a Firenze, come dono a Cosimo I de’ Medici, futuro Granduca di Toscana, alcuni blocchi di “tartaro”, che è stato ipotizzato servissero per gli ornamenti rustici delle fontane del Giardino di Boboli, la cui costruzione veniva progettata dall’architetto Niccolò Tribolo proprio in quel periodo, dopo il passaggio di proprietà di Palazzo Pitti alla famiglia Medici (1549). In una lettera datata 22 Marzo 1546 (il 3 agosto di quell’anno Sangallo sarebbe morto per la malaria contratta proprio mentre conduceva i lavori della Cava Paolina a Marmore), il geniale architetto toscano elogiava entusiasticamente le pietre che “si criano in le cadute delle aque [..] et più belle alla caduta dell’acqua del Lago Velino, la quale aqua si è grossa quanto mezo Arno, e cascha una altezza maggiore non è la cupole de Fiorenza, a uno luogo ditto le Marmora o vero Murmura, dal mormorio grande che fa ditta aqua, e in ditta aqua dove cascha si criano questi diaccioli di saxo, come ne vedrà questi che io mando” (la lettera fu pubblicata per la prima volta da Johann Wilhelm Gaye nel volume Carteggio inedito d'artisti dei secoli XIV, XV, XVI, Firenze 1839-1840). Possiamo affermare con certezza, dunque, che alla metà del secolo XVI nacque una moda, quella di ornare le fontane con rocce spugnose ricche di concrezioni calcaree, che venne portata avanti per oltre un secolo da artisti del calibro di Vignola, Ammannati, Buontalenti, Giambologna. E come dimostra l’ammirazione di un artista illustre quale il Sangallo, protagonista indiscusso dell’architettura cinquecentesca, i giardini manieristici proliferati a Roma, nella Tuscia e più tardi anche in Umbria, e nei quali furono progettate grotte e scogliere artificiali, i “tartari” utilizzati per la loro costruzione dovevano provenire essenzialmente dalle cave di Marmore, per ragioni meramente pratiche. Tale considerazione ha instillato, in chi scrive, una profonda curiosità per l’argomento. Pertanto ho condotto una breve e limitata ricerca di altre testimonianze in materia, pervenendo infine a una scoperta. Ho infatti rintracciato una menzione di grande interesse storico, finora mai messa in relazione con la storia della Cascata, che conferma e amplifica la testimonianza del Sangallo. Scrisse infatti Giorgio Vasari, ovvero il più rinomato storico dell’arte di tutti i tempi, autore di fondamentali biografie degli artisti italiani da Cimabue a Michelangelo: “Siccome le fontane che nei loro palazzi, giardini ed altri luoghi fecero gli antichi, furono di diverse maniere […] così parimenti sono di diverse sorte quelle che hanno fatto e fanno tuttavia i moderni, i quali variandole sempre hanno alle invenzioni degli antichi aggiunto componimenti coperti di colature d’acque pietrificate, che pendono a guida di radicioni fatti col tempo, d’alcune congelazioni d’esse acque ne’ luoghi, dove elle son crude e grosse; come non solo a Tivoli, dove il fiume Teverone pietrifica i rami degli alberi ed ogni altra cosa che se gli pone innanzi, facendone di queste gomme e tartari, ma ancora al lago di Piè di Lupo [interpretato correttamene qui come Piediluco, n.d.A.], che le fa grandissime […] che pajono di marmi, di vitrioli e d’allumi” (Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze 1568; la menzione è contenuta nella “Introduzzione di messer Giorgio Vasari pittore aretino alle tre arti del disegno cioè architettura pittura e scoltura”, in part. cap. V, “Come di tartari e di colature d’acqua si conducono le fontane rustiche, e come nello stucco si murano le telline e le colature delle pietre cotte”). Se Vasari, al quale è notoriamente attribuita una visione toscano-centrica della storia dell’arte, ha voluto riservare un tale elogio alla pietra sponga ternana, ciò non può che significare che essa, quando lo storico aretino scriveva, era molto ricercata e se ne faceva impiego in importanti cantieri, non solo in campo architettonico, ma anche e non secondariamente, scultoreo. A leggere e rileggere queste affermazioni vasariane, si è indotti infine a credere che siamo del tutto ignari, al giorno d’oggi, dell’enorme fama che raggiunsero in passato le cave di Marmore. Da qui bisogna ora partire per compiere indagini bibliografiche e nelle fonti d’archivio, che poi potrebbero essere ulteriormente avallate da studi archeometrici, allo scopo di individuare in quali ville e giardini del XVI e XVII secolo architetti e scultori hanno utilizzato la locale pietra sponga. Sarebbe interessante sapere ad esemio se fu impiegata nelle monumentali fontane della Villa medicea di Pratolino (odierna Villa Demidoff, in provincia di Firenze). Uno splendido bassorilievo su lamina d’oro e sfondo di ametista realizzato dal rinomato scultore fiammingo Giambologna (Firenze, Palazzo Pitti, Museo degli Argenti), ci mostra lo scultore presentare il modello di una fontana “rustica” a Francesco I de’ Medici per la villa di Pratolino…chissà se per l’occasione le cave di Marmore non fornirono la pietra per la colossale statua allegorica dell’Appenino ? Particolarità di questa scultura, che simboleggia le aspre montagne appenniniche italiane, è quella che il pensoso gigante sembra uscire dal laghetto, un effetto studiato ad arte dal Giambologna che ricoprì la figura di fango, licheni e, guarda caso, concrezioni calcaree. Di sicuro, per il momento, è che la citazione passata per secoli sotto silenzio del Vasari ci dice che nella storia gloriosa dell’arte italiana del Rinascimento entra di diritto anche un pezzo, fondamentale, del patrimonio culturale di Terni.
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Tutto in un WeekEnd | 8-9-10 dicembre
24 Novembre 2017

  • Tutto in un WeekEnd | 8 - 9 - 10 dicembre E' il momento giusto per ammirare la magia dell'autunno in Cascata, in questo WeekEnd che diventa unico.Solo nei giorni 8, 9 e 10 dicembre, la Cascata delle Marmore verrà aperta con il massimo flusso in maniera continuativa, dalle ore 12.00 alle ore 16.00. E non finisce qui! Scopri e prenota le visite guidate, le escursioni in grotta, i trekking che proponiamo. In anteprima - Novità 2018Cascata full trek - l’anello delle Marmore | mini trekking: sabato 9 dicembre - ore 11.00Partenza dalla Biglietteria del Belvedere INFERIOREdurata: 4 oresviluppo: 4000 m; dislivello complessivo: 350 m Costo: € 10,00 a partecipante (oltre al biglietto di ingresso al Parco della Cascata). Prenotazione obbligatoria. per saperne di più clicca qui: http://bit.ly/2hOcqdD Visita Naturalistica SPECIALE al Sentiero n. 4: tutti i giorni (venerdì 8, sabato 9 e domenica 10 dicembre) - ore 11.30 e 14.30Partenza dalla Biglietteria del Belvedere INFERIOREdurata: 1 orasviluppo: 500 m circa; dislivello complessivo: 150 m Costo: SPECIALE TARIFFA PROMOZIONALE visite incluse nel biglietto di ingresso Intero € 10 (per i bambini € 0,50, oltre al biglietto di ingresso al Parco della Cascata). Non è possibile prenotare questa tipologia di visita. Chiedi in biglietteria. (per saperne di più clicca qui: http://bit.ly/29GSwz6 ) Visita alle Grotte di Marmore: venerdì 8 e domenica 10 dicembre - ore 11.30Partenza dalla Biglietteria del Belvedere SUPERIORE durata: 1 ora e mezzaCosto: € 10,00 a partecipante (la quota non include in biglietto di ingresso al Parco della Cascata). Prenotazione obbligatoria. per saperne di più clicca qui: http://bit.ly/1TG1BWV Visita Smart 100 passi: tutti i giorni (venerdì 8, sabato 9 e domenica 10 dicembre) - ore 12.00, 15.00 e 15.30Partenza dall'ingresso A del Belvedere INFERIOREdurata: mezz'oraCosto: SPECIALE TARIFFA PROMOZIONALE visita inclusa nel biglietto di ingresso Intero € 10 (per i bambini € 0,50, oltre al biglietto di ingresso al Parco della Cascata). Non è possibile prenotare questa tipologia di visita. Chiedi in biglietteria.per saperne di più clicca qui: http://bit.ly/ Per informazioni: info@marmorefalls.it e tel. 0744 62982 per prenotazioni: prenotazioni@marmorefalls.it
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Andrea Vici, l'architetto che rifece il look alla Cascata
28 Ottobre 2017

  • Il percorso di studi dell’architetto marchigiano Andrea Vici (Arcevia/AN, 1743 – Roma, 1817) fu abbastanza atipico: apprese le nozioni di architettura presso l'allievo, collaboratore e continuatore di Luigi Vanvitelli, Carlo Murena. Risalì quindi al maestro soltanto nel 1769, quando Vanvitelli lo convocò a Napoli in sostituzione del folignate Giuseppe Piermarini, invitato a recarsi a Milano (dove come noto realizzò il Teatro “la Scala”). Vici rimase nella città partenopea circa quattro anni, dopodiché venne inviato a Roma per occuparsi di problemi insorti intorno all'operato di Vanvitelli nel campo dell'ingegneria idraulica. L'intimità della relazione tra allievo e maestro è testimoniata dal fatto che nel 1790 Vici acquistò dalla famiglia Vanvitelli una sepoltura a Santa Maria in Vallicella per essere sepolto accanto al maestro. Vici infatti era a fianco di Vanvitelli nel periodo delle sue ultime fatiche, quelle relative ad alcune chiese napoletane, al Palazzo Reale di Milano, nonché, naturalmente, alla Reggia di Caserta. Fu proprio come esperto di idraulica che si affermò e che si rivelò fondamentale nell’assistere Vanvitelli: i lavori alla Reggia di Caserta infatti abbisognavano di un apporto idrico costante per il quale si rese necessaria la costruzione di una grandiosa opera di ingegneria idraulica, il cosiddetto Acquedotto Carolino (in onore di Carlo di Borbone), noto anche come Acquedotto di Vanvitelli, i cui lavori erano stati inaugurati nel 1753 ma che vennero completati soltanto nel 1770, quando cioè Vici si trovava a Caserta. Il progetto era così ambizioso che lo sterminato viale Carlo III di Borbone, che collega attraverso uno sterminato rettilineo Caserta a Napoli, doveva essere costeggiato da ruscelli, derivazioni dell'acquedotto, che non furono mai realizzati. Tuttavia, è evidente che solo in un cantiere del genere, così ambizioso, si poteva formare uno dei più grandi esperti di tutti i tempi di opere idrauliche. Infatti da allora fu un susseguirsi di incarichi di responsabilità e di successi per Vici, che gli valsero la carica di Primo Ingegnere della Congregazione delle Acque dello Stato Pontificio (alla quale si aggiunsero poi quella di Architetto della Fabbrica di San Pietro e Principe dell'Accademia di San Luca). In questa veste, nel 1782 si recò per la prima volta a Terni, che frequentò abbastanza assiduamente fino al 1795 (intervenne pure nell’edificazione di Palazzo Gazzoli) accettando l'ambiziosa sfida di modificare l’aspetto della Cascata delle Marmore grazie all’escavazione del cosiddetto “taglio diagonale”, noto anche come canale Pio dal nome del committente, papa Pio VI. Questo canale artificiale, tramite un taglio del pendio roccioso ai piedi del primo salto, convoglia ancora oggi una parte delle acque del Velino verso un ramo laterale il quale, dopo aver superato tre cascate secondarie rispetto ai tre salti principali ma di bellezza forse addirittura maggiore, sbocca anch’esso nel fiume Nera, consentendo un deflusso scaglionato e dunque più regolare, contraddistinto da un impatto tra i due corsi d’acqua assai meno violento di quanto non lo fosse fino ad allora. Quest'intento è dimostrato dalle accurate ricognizioni compiute sul posto da Vici, riscoperte dagli studi di Miro Virili che ha rinvenuto i disegni originali dell'architetto marchigiano alla Biblioteca Paroniana di Rieti. La buona riuscita del difficilissimo incarico permise finalmente di scongiurare la minaccia delle continue inondazioni a cui Terni e i borghi della Valnerina ternana erano ormai abituati da molti secoli. Insomma, prima dell’intervento di Vici, la Cascata non era affatto un posto sicuro da visitare, così come invece divenne dalla fine di quei lavori (1787), quando immediatamente si scatenò la moda della visita alle cascate delle Marmore tra poeti, scienziati, romanzieri, incisori e pittori. Inoltre, a ben guardare, senza l’intervento di Vici non avremmo la possibilità di ammirare altre tre piccole cascate che di certo, con il loro incanto, contribuiscono alla fama straordinaria che il sito ancora oggi può vantare, tanto che sono proprio le cascate del canale Pio quelle che più di tutte sembrano colpire i visitatori del parco, che possono ammirarle da distanze molto ravvicinate. Insomma, meriterebbe un po’ più di gloria questo architetto e ingegnere che è stato fondamentale per la storia di Terni e di cui invece soltanto un'epigrafe commemorativa dei lavori voluti dal pontefice, posta a Marmore in prossimità del ponte sul Velino, lungo la SS 79 in direzione di Rieti (odierna Via Pietro Montesi), ricorda distrattamente l’operato in questo territorio. Saverio Ricci Storico dell’arte e guida turistica * Le immagini 2 e 3 sono tratte dal volume “L'Opera della Cascata. Guida dei beni culturali della. Cascata delle Marmore. tra archeologia, storia e cultura industriale”, a cura di Miro Virili, testi di Miro Virili, Stefano Notari, Gianni Bovini. Arrone, Edizioni Thyrus, 2015
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Un fine settimana alla scoperta dei muschi della Cascata
27 Ottobre 2017

  • Due appuntamenti imperdibili per gli amanti dell’ambiente e della valorizzazione delle biodiversità del territorio, con particolare riferimento all’area naturalistica della cascata delle Marmore. E’ in programma per venerdì 26 e per sabato 27 novembre, infatti, “Il giardino dei muschi. Microcosmo sconosciuto nelle Marmore”, che si pone in continuità con l’inaugurazione, che si è svolta lo scorso anno presso il sentiero 3 della cascata delle Marmore, del primo sentiero sulle briofite in Italia. L’evento è organizzato grazie alla collaborazione tra Università degli Studi di Perugia, il Ciav Valnerina, i Centri di Educazione Ambientale del Comune di Terni e il Garden Club Terni. Il primo incontro in programma è per venerdì 27 all’Archivio di Stato di Terni, dove si svolgerà il Convegno “Il Giardino dei Muschi”, incentrato sulle briofite (muschi ed epatiche) caratteristiche del Giardino botanico della Cascata. A partire dalle 16 si susseguiranno Laura Chiari, presidente del Garden Club, il professor Roberto Venanzoni dell’Università degli Studi di Perugia, Franco Pedrotti, professore emerito dell’Università degli Studi di Camerino, Francesco Petretti, docente di Biologia all’Università di Perugia, Michele Aleffi e Silvia Poponessi - delle due Università coinvolte -, e il presidente del Ciav Enrico Bini che presenterà il Calendario della Biodiversità 2018. Sabato 28 ottobre, invece, si scenderà in campo: il ritrovo è alle 10,30 presso la biglietteria del Belvedere inferiore della Cascata delle Marmore e da lì ci si sposterà all’interno dell’area naturalistica dove si svolgerà la visita guidata al Sentiero briologico Cortini-Petrotti. Per prenotare è possibile contattare gli organizzatori al 348 5840658.
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Visita in grotta - 1 novembre
27 Ottobre 2017

  • Mercoledì 1 novembre ore 11.30 Visite guidate in grotta, solo su prenotazione: prenotazioni@marmorefalls.it I dettagli al link: http://bit.ly/1TG1BWV
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Limitazioni di accesso dal Belvedere Inferiore
23 Ottobre 2017

  • Informiamo i visitatori che, a causa di lavori di manutenzione eseguiti da ERG, da lunedì 23 ottobre a giovedì 26 ottobre, i sentieri 1, 2 e 3 nell'area escursionistica saranno accessibili solo dal Belvedere Superiore. Dal Belvedere Inferiore sarà possibile raggiungere il piazzale Byron e percorrere il sentiero 4.
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VIAGGIATORI NEL TEMPO #6_ La cascata riscoperta
14 Ottobre 2017

  • In un affresco cinquentesco conservato in una chiesa sconsacrata di Spoleto è possibile identificare una veduta antica della Cascata e soprattutto, per la prima volta, della palude formata dal fiume Velino. Incredibilmente, il paesaggio di allora non è molto differente da quello che si ammira ancora oggi. La ex chiesa di San Lorenzo, attualmente denominata Sala Pegasus, è situata a Spoleto lungo via delle Terme, davanti al palazzo Rosari-Spada. È una piccola chiesa sconsacrata che fino al 1825 ha svolto funzione ecclesiastica. Nel 1972 alcuni interventi di restauro e di consolidamento strutturale hanno permesso di trasformarla in sede di mostre, piccoli convegni ed avvenimenti culturali della città. Era dedicata a san Lorenzo Illuminatore, monaco siriano, vescovo e martire locale morto nel 576, giunto a Spoleto forse al seguito di Isacco e Brizio per fuggire alle persecuzioni. È detto "illuminatore" per i miracoli, relativi alle guarigioni dalla cecità, che la tradizione gli attribuisce. È documentata nelle carte dell'abbazia di Sassovivo come chiesa ad essa dipendente a partire dal 1138. Divenuta poi chiesa parrocchiale in epoca imprecisata, venne soppressa dal papa spoletino Leone XII nel 1825 e unificata alla chiesa di San Domenico, all'epoca chiamata chiesa del Salvatore. Agli inizi del Novecento la chiesa, la sacrestia e la casa parrocchiale versavano in totale stato d'abbandono, rifugio per i senzatetto. Dagli anni cinquanta in poi non è stata più officiata ma utilizzata come deposito e rivendita di carbone. È stato quindi con grande sorpresa che entrando al suo interno ho scoperto un affresco che raffigurava il paesaggio del Lago di Piediluco e della Cascata delle Marmore così come si presentava nell'ultimo scorcio del XVI secolo. Infatti, a metà della parete laterale destra si trova, in perfetto stato di conservazione, un affresco raffigurante la Madonna con Gesù Bambino in gloria, tra due angeli recanti mazzi di rose (da cui il titolo convenzionale di Vergine delle rose) e i Santi Giovanni Battista e Antonio da Padova in adorazione. Sulla finta mensola marmorea in basso, dipinta a imitazione di un altare, compare un'iscrizione in parte illegibile: "... MAMIL(...) DE SPO(LETO) EX SUI DEVOTIONE HOC OPUS FE(CIT) 1592" (Mamiliano o Mamiliani di Spoleto per sua devozione, questo lavoro fece nell'anno 1592). Purtroppo la lacuna nella prima parte dell'iscrizione non ci consente di sapere se il personaggio di cui si è ricostruito ipoteticamente il nome sia da considerare il committente oppure l'artista, autore del dipinto. Tuttavia si può ipotizzare perlomeno l'appartenenza alla famiglia Mamiliani, cognome assai diffuso all'epoca a Spoleto: sono documentati notai, esattori e perfino il capomastro che diresse i lavori di restauro della Cattedrale spoletina all'epoca in cui era vescovo della città Maffeo Barberini, il futuro papa Urbano VIII). In ogni caso, la datazione dell'opera è certa e la presenza sullo sfondo di un paesaggio lacustre di forma irregolare (stretta e allungata in più direzioni da assumere la caratteristica forma a X), sulla cui riva si adagia un borgo turrito circondato da rilievi montuosi, sembra proprio potersi ricollegare alla particolare fisionomia del Lado di Piediluco, che è ciò che resta dello scomparso Lacus Velinus, prosciugato in gran parte grazie alla bonifica della piana reatina compiuta da Curio Dentato nel 271 a.C. Le analogie di questa rappresentazione con quella che compare nella cosiddetta Sala delle Vedute del Palazzo Vescovile di Terni (prima metà del XVII secolo) e ancor più con la mappa intitolata Cadatupa Velini (pubblicata all'interno del volume Specula Physico-Mathematico-Historica nel 1696), sono evidenti. In tutti e tre i casi il lago è, in buona sostanza, più ricco d'acqua e il borgo riconoscibile per la presenza diffusa di torri. Ma ciò che colpisce di più, dando per buona l'ipotesi che identifica il lago, è la promiscuità tra il lago, il fiume Velino e il punto di caduta della Cascata delle Marmore, che sono raffigurati come un tutt'uno, senza soluzione di continuità. Un unico immenso bacino idrografico nel quale non esistono confini netti e ben delineati tra lo specchio lacustre, il corso fluviale e la cataratta Si può però constatare, in maniera ancora più precisa e puntuale, che l'orografia della rupe di Marmore e la fisionomia della cascata è davvero assai somigliante a quella odierna. Sono infatti perfettamente riconoscibili la cima del monte Mazzelvetta, sulla riva destra del fiume (nell'affresco sul lato sinistro, dove praticamente poggia i piedi San Giovanni Battista) e lo sperone roccioso dall'altra parte (a fianco del quale poggia i piedi San'Antonio da Padova), sulla vetta del quale fu eretta, nel 1781, la torre-osservatorio denominata Specola di Pio VI. La strettoia da dove l'acqua precipita è verosimilmente il canale Gregoriano o Reatino: sappiamo infatti con certezza che si ebbero interventi su questo emissario ai tempi del pontificato di Gregorio XIII (1572-1585) mentre al di sotto è riconoscibile perfettamente il catino sovrastante il secondo salto (il cosiddetto "ventaglio") e ancora più in basso il terzo e ultimo dislivello, completamente sommerso dall'acqua, tramite cui il Velino si riversava in toto nell'alveo del Nera. Il Velino precipitava nel sottostante Nera con tanta for­za da ostacolare il deflusso delle sue ac­que facendole straripare per oltre 7 chi­lometri, risalendo perfino controcorrente e allagando i limitrofi paesi della la Valnerina. Quest'aspetto era destinato a cambiare di lì a poco, in virtù dei lavori di restauro del canale Curiano. Infatti soltanto 4 anni dopo la realizzazione di quest'affresco, nel 1596, i reatini proposero la riattivazione dell’antico canale scavato in epoca romana. Il papa allora sul trono, Clemente VII, affidò l’opera all'architetto Giovanni Fontana il quale lo rese più profondo, ne aumentò la pen­denza, ne rettificò il percorso e costruì un Ponte Regolatore (che è ben visibile anche in un'altra mappa del 1697, opera di Philipp Cluver), che consentiva il passaggio solo di una determi­nata quantità d’acqua. Il nuovo canale, denominato Clementino ed inaugurato nel 1601, risolse il proble­ma principale, ovvero l’impaludamento della pia­na reatina, di cui si ha un'evidentissima testimonianza figurativa proprio in quest'affresco, che si rivela di importanza straordinaria a fini documentari. Infatti, per la prima volta un'opera d'arte antica (mentre nella cartografia è attestata varie volte) è raffigurata la palude soprastante la rupe di Marmore, di cui al giorno d'oggi non resta più alcuna traccia se non negli avvallamenti di origine alluvionale che caratterizzano morfologicamente il territorio marmorese. Inoltre l'affresco ci mostra come la cascata non avesse sembianze tanto diverse da quelle attuali: in buona sostanza nonostante l'acqua ristagnasse per un largo tratto dell'altopiano reatino, la caduta non mostrava una portata ridotta, come si potrebbe essere indotti a credere guardando le vedute realizzate da Giovanni di Pietro, detto lo Spagna, a Eggi, vicino Spoleto (1532) e soprattutto il disegno firmato da Leonardo da Vinci nel 1473, conservato agli Uffizi di Firenze. D'altronde, anche il noto affresco inserito nella decorazione della Galleria delle Carte Geografiche nei Palazzi Vaticani, realizzato su disegno del geografo perugino Ignazio Danti (1580-85 circa) ci mostra una cascata con una portata d'acqua incredibilmente copiosa, coerentemente con quanto appare nell'affresco spoletino datato al 1592. Tale nuova identificazione apre dunque scenari interessanti di ricerca, di cui tornernò a scrivere prossimamente sempre su questa rubrica. Saverio Ricci Storico dell'arte e guida turistica
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VIAGGIATORI NEL TEMPO #5_Il fascino romantico della Cascata
07 Ottobre 2017

  • THE ROMANTIC CHARM OF THE WATERFALL Considered as imminent threats, insuperable obstacles to the human activities, natural marvels to fear and to watch, the Waterfalls in the middle of the XVIII centuries began to intrigue young people and curious travellers who found the inspiritations for new genre of novels... In the Spring of the 1739, the english poet Thomas Gray was invited to the noble and novelist, Horace Walpole, to travel through France and Italy until the 1741. The two young poets untertake the usual route of the Grand Tour. Grays wrote the observations about what they saw. From the observations of his art works, we understand his inclinations about enthusiasm that today is the novel of Walpole (the famous gothic novel The Otranto Castle) and told about an educational tour in Italy that, at that time, was addressed exclusively to admire the classic ruins. It has been observed, in particular, from historicians of the Anglo-saxon literature, that anyone, since Milton, The Travel in Italy could be educational and congenial, in relation to the travel of Walpole and Gray. The Marmore Falls,was already known before thanks to the Byron's ode, chose as place of inspiriation. Thanks to the Gray's correspondence we know that the two young people reached Terni. He sad: “here is that noble cascade, which is allowed to fall from a much greater height, than that at Tivoli, but of this I could form mo ocular judgment, having only seen the latter”. We don't have anything of Walpole about this visit, and we don't know if they saw the most famous italian Falls of that time, but what we can affirm is that this kind of excursions had in their programs. It is worth, however, why the pioneer of the gothic novel had to chose the city of Terni to see the Marmore Falls. The passion for the Waterfalls soon influenced also the artists, and they also come across the channel. Saverio RicciArt Historicians and Tour Guide
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domenica 8 ottobre _ manifestazione podistica "Circuito dell'Acciaio"
03 Ottobre 2017

  • Informiamo i gentili visitatori che domenica 8 ottobre, in occasione del transito della gara podistica de "Il circuito dell'acciaio", la visita alla Cascata delle Marmore subirà le seguenti modifiche: i Sentieri 1 – 2 – 3 rimarranno chiusi dalle ore 9.00 per tutta la durata della manifestazione.La riapertura è prevista al termine della competizione, indicativamente nella tarda mattinata. Durante lo svolgimento della manifestazione, la visita al Parco è limitata. Al Belvedere Superiore saranno visitabili il punto di osservazione "La Specola" e il sentiero n.5;al Belvedere inferiore saranno visitabili piazzale Byron e al sentiero 4. Al termine della manifestazione verrà ripristinato il normale accesso a tutto il Parco. In occasione della manifestazione, il rilascio dell'acqua della mattina verrà anticipato alle ore 10.30e dalle ore 9.00 sarà attiva la Tariffa Promozionale (€ 10.00 biglietto di ingresso al parco + visita guidata); le visite guidate incluse saranno le seguenti: - visita guidata smart "I 100 Passi": ore 11.00, 12.00, 15.00, 15.30 da Belvedere Inferiore- visita guidata naturalistica "I segreti del Parco": ore 14.30 Per l'occasione verrà chiusa al traffico, per ordinanza prefettizia, la Statale 209 Valnerina dalle 10,15 alle 11,30 nel tratto Viale Brin-Cascata delle Marmore. Chiusa anche la SS79 per Marmore dalle 10,00 alle 10,30 nel tratto che va dall'Ospedale all bivio per Papigno. Informazioni: Infopoint Belvedere inferiore tel. 0744 62982 e-mail: info@marmorefalls.it
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Orari Dicembre

Apertura
Parco
Apertura
Acqua
Feriali 11.00 - 17.00 NO RILASCIO
Sabato e Domenica 11.00 - 17.00 dalle 12.00 alle 13.00
dalle 15.00 alle 16.00
Festivi e Speciali:
8/12
25/12
26/12
11.00 - 17.00 dalle 12.00 alle 13.00
dalle 15.00 alle 16.00

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Belvedere Inferiore
P.le F. Fatati 6
Terni

Belvedere Superiore
Voc. Cascata 30
Terni

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Fax 0744 362231
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